mercoledì 3 settembre 2014

The Italian Job



Tutto cominciò una mattina di fine agosto. Era usanza che io facessi una settimana di vacanza con mio babbo che per contratto aveva cinque giorni di ferie in più di mammà. In quella settimana ci si preparava alla scuola, si finivano i compiti e si facevano 2-3 gite che iniziavano al mattino e si chiudevano in giornata. Quel giorno però dovevano arrivare a casa nostra i muratori a sistemare le tegole del tetto. E i muratori arrivarono. "C'è un problema, il ragazzo che doveva venire con noi, stanotte è stato male e quindi siamo solo in due, ci servirebbe qualcuno a darci una mano". Qualsiasi altro genitore si sarebbe offerto. Lui no. Offrì me. Nove anni. I muratori rimasero perplessi ma alla fine dissero che andava bene. Il mio lavoro consisteva nel pigliare la corda con nodo scorsoio che calavano dal tetto, infilare le tegole, chiudere il nodo e fargli segno di tirarle su, pigliare la caldarella piena di detriti che calavano dal tetto, svuotarla nel cassone del camion e fare segno di tirarla su. Quattro ore in cui mi divertii anche, debbo dire, se non fosse stato per quei continui "Attento eh, attento". E alla fine, oltre al divertimento, mio babbo mi diede anche settantamila lire, probabilmente per comprare il mio silenzio. Ma chi m'ammazzava? Infatti tutto orgoglioso lo dissi a mammà quando la vidi tornare dal lavoro. "Scusa, Fily, spiegami bene la storia" - "Eh, gliene mancava uno e allora hanno preso me!" - "Ma non poteva andare papà?" - "Lui ha detto che dovevo andarci io". Ricordo bene il passo dell'oca, che le è sempre venuto benissimo, con cui salì le scale. Lo affrontò piegando la testa leggermente verso sinistra "Tu sei completamente scemo" - pausa - "Anzi, la scema sono io, che dovevo capirlo da quel dì".

Il primo lavoro vero fu (riprendo un vecchio post)

"[...]Trenta dipendenti, fondata nella seconda metà degli anni Sessanta, in pieno boom economico, facevano tappi, maniglie, cappucci, protezioni, nastri, flange. Tutto in plastica, che iniziava proprio in quegli anni la sua clamorosa scalata al successo come materiale di straordinaria versatilità. 
Alpino, pugile in gioventù, capace, questo vuole la leggenda, di saltare sulla ribalta dei camion (1 metro) con due sacchi da 25 kg di boiacca nelle mani, era noto come "Ul cassù" ovverosia "Il mestolo" per la sua familiarità nel tirare chiavi inglesi del 30 nei confronti dei dipendenti che si fossero resi protagonisti di errori di lavorazione. Lei, che ci ha lasciato a gennaio dell'anno scorso, zitella, era tanto affettuosamente quanto carbonariamente chiamata dai suoi dipendenti schiavi come la "spaccacazzi dei sottotappi" per il suo realismo nel pigliare ordini. "120k sottotappi? Ne abbiamo a magazzino solo 50k!" - "Sìsì, non c'è problema, non ho fretta. Per quando riesce a completare l'ordine?" - "Domani va bene?". 
Col tempo si addolcirono entrambi (lei, ad esempio, negli ultimi anni aveva preso anche l'abitudine di salutare chi incontrava), ma negli anni Sessanta e Settanta il lavoro estivo degli adolescenti del paesello di mio babbo si divideva in due categorie: i promossi andavano a lavorare, i bocciati andavano a lavorare dal Cassù. I suoi metodi educativi si dimostravano più efficaci di quelli della Montessori nel raddrizzare giovinotti spiantati. C'era gente che dopo essere stata bocciata un anno in prima liceo, in quello successivo si laureava in Ingegneria Aerospaziale. Due anni di lavoro dal Cassù ed eri pronto ad entrare nella Legione Straniera. Come istruttore. C'era gente che tornava a casa e passava la serata a guardare il soffitto. "Cosa c'è?" chiedevano, piene di sensi di colpa, le loro madri "Sto pensando che domani lo debbo rivedere". 
Mio babbo, e il sottoscritto di conseguenza, invece era paraculato, perché nipote della moglie del Cassù, l'unica persona al mondo capace di tenerlo a freno, e quindi con lui il Cassù andava sì di chiave, ma mai superiore al 12. Perché era comunque uno che al vincolo familiare ci teneva.[...]
L'anno seguente il Cassù ebbe un calo di ordinativi che lo portarono a non assumere più per la sola estate, lo venni a sapere proprio a inizio giugno, dovevo pagarmi le prime vacanze a Jesolo (ebbeh, allora...), tutti erano già sistemati e finii a lavorare in nero, per una miseria, e su turni. Ricordo ancora con dolore il terribile turno 22-6 in cui sul tragitto per andare a lavoro passavo davanti al mio bar che proprio alle 21.30 iniziava a popolarsi, con le varie compagnie che lo usavano come luogo di ritrovo per poi trascorrere la serata in altri meravigliosi luoghi. Guardo le immagini dei bambini che lavorano nelle miniere e gli dico, pensando che possano sentirmi, "Eh, se sapeste quello che ho passato io, sorridereste alla macchina fotografica". Il proprietario pagava in nero perché era un amante del rischio: mai fatto lavoro più pericoloso. Realizzavamo reti metalliche con macchine che facevano paura solo a guardarle, le cui uniche protezioni erano le madonne che tiravano gli altri operai. Infatti nell'altro turno un mio omologo (studente che lavorava in estate) parcheggiò una mano dentro una trancia. Inevitabilmente, dato che arrivarono in azienda Polizia Stradale, Carabinieri, ACI, ANAS, AISCAT, AUTOSTRADE PER L'ITALIA e la partecipazione dell'AGIP, ci lasciò a casa tutti. Fortuna volle che comunque avevo già messo via soldi a sufficienza per le vacanze. Poi passammo gli ultimi giorni a rubare dallo spaccio del campeggio ma questa è un'altra storia... 
Al processo, il nostro uomo si difese dipigendosi come un benefattore che toglieva i giovani dalla strada, garantendogli un lavoro. Quando lo venni a sapere capii che questo mondo era popolato anche da gggente che non distingue tra il culo e la faccia. Cogli anni scoprirò che la maggior parte della gggente ha la faccia come il culo.

L'estate successiva Donna Elena decise che DOVEVO imparare l'inglese. E fu Ashley. E furono i nanetti a cui lei aveva iniziato a fare da babysitter. E fu che il nanetto maschio minacciava di modificare il ciclo delle stagione a lacrime ogni volta che mi allontanavo di sette centimetri dalla sua posizione. E fu che finimmo a dividerci i nanetti perché le bimbotte, già allora più sgamate, mi vedevano come Barbablù. E fu che i genitori decisero di farsi dieci giorni in California da soli. E fu che praticamente diventai il padre temporaneo del nanetto. Che poi è stato quello che mi ha insegnato l'inglese. Non ho mai avuto il coraggio di dirlo ai miei superiori, che così capirebbero perché lo parlo bene e lo scrivo come un bimbo di prima elementare. Al momento dell'addio, guance interne massacrate per evitare mariomerolate. Il nanetto quell'anno iniziò ad andare alle elementari. Il primo giorno tornò da scuola dicendo a sua mamma che: "Filippo era un maestro migliore". Se ci ripenso, ricomincio a masticarmi le guance interne. Poi com'è normale che sia i contatti si sono diradati ma quando un mese fa mi ha mandato un'e-mail dicendomi che stava iniziando a pianificare l'anno sabbatico tra high school e college che vorrebbe trascorrere in Italia, ho dovuto ricominciare a masticarmele. Non fu un vero e proprio lavoro ma debbo dire che oltre a mettere da parte qualche dollaro, prontamente sputtanato in canotte NBA che ci volevano due Filippo per indossarle, i racconti delle cose che successero in quei mesi, protagonista il nanetto, sono ancora uno dei pilastri con cui tendo a svoltare le serate-down in locali di dubbio gusto. I bimbotti sono bellissimi, in comode rate da dieci minuti alla settimana.

Arriviamo all'estate dei diciotto anni. Io quell'estate non è che ce l'abbia granché presente. Ho solo presente che al lavoro c'era Lei. Che lavorava con me. Che mi disse No e No e No. Ma allora non esisteva ancora il reato di stalking. Però esisteva il No. Secco e categorico. Per tutti ma non per me. Ché se lei mi chiedeva "Filippo, dove sono le bobine?" io avevo già in mente di prenotare tutte le chiese e tutti i ristoranti del lago la data del nostro del matrimonio. Sapevo tutto di lei: dove abitava, dove usciva, chi frequentava. E allora Facebook aveva quattro mesi e lo conosceva giusto Zuckerberg. Tutto il lavoro di ricerca era farina del mio sacco, c'avevo un dossier tipo Nanni in "Bianca". A distanza di dieci anni posso esprimere un commento sereno e pacato, oserei dire istituzionale: "Ti meriteresti le peggio cose, stronza demmerda. T'ho sacrificato un'estate per l'anima del cazzo!". Anzi, magari per l'anima del cazzo. L'ho rivista a dicembre (lei eh, non l'anima del cazzo). Anzi, mi ha rivisto a dicembre perché io mica l'ho riconosciuta, dato che se allora pareva una bambolina, ora la vedrei bene come matrioska maggiore. Le mie maledizioni possono essere lente ma sono inesorabili.

L'estate successiva lavorai in una cooperativa che durò un'estate. Ma non per colpa mia, che futuro poteva avere una cooperativa in cui si sbucciavano e lavavano verdura e frutta? Peraltro popolata da "lavoratori" anche simpatici ma storditi in una maniera tale che ti chiedevi se avevano trascorso la loro infanzia in una cassa del Number One. Un episodio per tutti: andavo a lavoro con quel Booster che ormai maltrattavo da cinque anni e la spia della broda non si accendeva più, per cui facevo benzina ogni tot km. In quei giorni, chissà dove avevo la testa, mi dimenticai di farla e rimasi a piedi sulla strada per andare a lavoro. Sulla stessa strada OGNI giorno incrociavo quello che lavorava nella postazione DI FRONTE alla mia. Sono lì che smadonno perché nell'avantindré dal benziano avrei perso la mezzora quando passa questo in auto. Ricapitoliamo, io sono lì, col motorino parcheggiato a bordo strada in curva, smadonno e arriva lui che mi lavora di fronte e sa benissimo che sto andando a lavoro. Cosa fa? Mi saluta e passa via. Arrivo a lavoro colla rabbia, ma anche il cimurro e pure la leishmaniosi, e questo mi fa: Filippo, ma cosa ci facevi lì? - O razza di pirla, avevo finito la benzina, non si capiva? - Nooooooo, sul serio, ma cazzo dovevi dirmelo: mi sarei fermato. Il TFR lo spesi in mazze chiodate.

Quell'inverno c'era in programma colla morosa di allora di fare un grande viaggio losalcazzodove (poi nell'incertezza su dove fare il viaggio, ci lasciammo) ed essendo sempre a corto di quattrini e non volendo chiederli ai miei, trovai il lavoro definitivo, quello casalingo. Avete presente le cinture colle borchie? I bracciali molto roooock, ecc. Ecco, io mettevo le borchie. A 5 centesimi a borchia. Ricordo il primo giorno di lavoro: da una parte un sacco con 5000 pezzi in pelle (similpelle, dai), dall'altro un sacco con svariate tipologie di borchie. Le recava in mano un simpatico capoarea che mi disse: domani alle 16 passiamo a ritirare. Domani che? Erano le 16, c'erano 24 ore di tempo, mi misi di buona lena e iniziai a mettere borchia su borchia: alcune (me le ricordo ancora: cono, killer, stud, piramide e QW) erano solo da avvitare, per quelle circolari invece c'era una macchinetta in comodato gratuito - il buon cuore, la grande anima, la generosità della casa madre. Alle 17 ero bello soddisfatto. Ma, dai, pensavo fosse più difficile. Alle 4 del mattino avevo ancora 1000 pezzi da fare e non avevo dormito un cazzo. Poi presi il giro (=mi cinesizzai), aiutato anche dal fatto che ogni tanto mi capitava di borchiare abbigliamento sadomaso che mi faceva molto ridere. Poi capii che forse era il caso di cercarmi un lavoro che non mi riducesse tipo il Chaplin di Tempi Moderni.

E iniziò la ricerca di un lavoro definitivo: dopo aver fatto il tornitore (benissimo, bravissimo - ma soprattutto bellissimo - però al termine del contratto puoi andare gentilmente, cortesemente, signorilmente a fare in culo?), l'accompagnatore di camionisti (nel senso che li accompagnavo nei viaggi lunghi), l'omino delle pizze (Brazzers e Naughty America purtroppo rimangono delle - meravigliose - opere di fantasia), il commesso/segretario/insomma quella roba lì in palestra e forse dimentico pure qualcosa, incontrai l'uomo che mi cambiò l'esistenza, lavorativa ma forse non solo, una sorta di secondo padre. Siccome poi la vita è una merda, cinque anni dopo mi e ci lasciò, al termine di tredici mesi di inusitata sofferenza. Per non farla troppo lunga che questo è un post da cazzeggio e poi mi viene il groppo in gola mentre scrivo, questo è quello che lessi al suo funerale.
Hai lottato come un uomo con la brutta compagnia
che non eri mica stanco
che nessuno mai è pronto quando c'è da andare via
hai pregato bestemmiando per la rabbia per tutta l'agonia
per le scelte che stava facendo Dio


Come sempre in questi casi ci sarebbero tante cose da dire, tante emozioni da rivivere, tanti anedotti da raccontare. Uno per tutti, il giorno in cui mi ha assunto. Dunque, cosa conosci o cosa sapresti fare a livello di idraulica? Niente, però ho una discreta motivazione. Derivante da? Non vedo l'ora di andare fuori di casa.
Risata: Beh, mi pare una buonissima motivazione.

Voglio però ricordarti com'eri, pensare che ancora vivi,
voglio pensare che ancora mi ascolti e che come allora sorridi e che come allora sorridi...


Un mestiere che ho amato in maniera viscerale, che solo chi mi ha conosciuto nel profondo sa quantificare la misura del piacere che provavo ogni mattina quando mi svegliavo, perché gli altri non si capacitavano e pensavano che la mia fosse quasi una posa, un mestiere che mi ha fatto apprezzare e vivere in prima persona quella frase definitiva di Primo Levi sulla felicità umana con cui penso di avervi già sfrombolato a sufficienza i maroni e le ovaie: Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l'amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono e un mestiere che, in ultima analisi, conto di continuare a fare una volta tornato in Italia, in una maniera o nell'altra. Ché lo so che di questi tempi è come bestemmiare in chiesa ma per me nessun contratto a tempo indeterminato vale determinate sensazioni che si chiamano orgoglio del lavoro ben fatto, piena autonomia nelle decisioni, armonia dell'ambiente lavorativo.

venerdì 18 luglio 2014

L'era tutto giusto, Gino, ma comunque tutto da rifare


Siamo nel 1940. Bartali, già vincitore di due Milano-Sanremo, due Giri d'Italia, un Tour de France e tre Giri di Lombardia, buca. Ripara la foratura, riparte e mentre si sta per ricongiungere col gruppo di testa, un cane gli taglia la strada e lo fa cadere, procurandogli fastidiosi dolori al femore. La Legnano, la squadra di Gino, decide di puntare su un giovane e sconosciuto gregario dal fisico improbabile, di nome Fausto, voluto proprio dallo stesso Bartali. Coppi è al primo Giro d'Italia, non ha ancora vent'anni, è praticamente un lattante in uno sport in cui anche allora si continuava a correre e a vincere ben oltre la trentina. L'altro è Bartali, un semidio, e forse sarebbe il caso di togliere semi, dell'Italia sportiva di allora, in cui il ciclismo faceva premio su qualsiasi altro sport, calcio compreso ed era, aldilà della frusta e ormai malcelata retorica di regime, uno dei pochi motivi di orgoglio italiano all'estero. Ebbene, il semidio potrebbe puntare i piedi (d'altra parte è Bartali), potrebbe ritirarsi (d'altra parte le ferite parlano da sole) e invece no, accetta di diventare gregario del gregario e lo porta a vincere il Giro d'Italia. E non è un modo di dire, ce lo porta proprio di peso. Prima viene sedotto da quel ragazzo col fisico da scartatore di golia ma una capacità cardiorespiratoria da Guinness dei Primati, capace di fargli pompare sangue e ossigeno anche quando gli altri hanno la spia della riserva accesa, che nell'undicesim tappa, da Firenze a Modena, parte con una fuga da lontano, mulina le gambe in centodieci chilometri di sofferenza in cui attacca l'Abetone come se fosse un cavalcavia, affronta il freddo, la pioggia e la grandine e arriva nella città emiliana con un distacco abissale, quasi quattro minuti, sul suo più immediato inseguitore, indossando la sua prima maglia rosa. Poi però quel ragazzo col naso ancor più discutibile del suo lo fa anche arrabbiare. E non poco. Siamo alla sedicesima tappa, Coppi sembra ormai destinato ad arrivare in rosa a Milano ma il suo enorme cuore è custodito da un fisico di cristallo, quello che lo porterà a morire precocemente, complice la malaria, poco più di vent'anni dopo. E il fisico presenta il conto. Da Trieste a Pieve di Cadore si affrontano rispettivamente le impegnative (eufemismo) salite del Falzerago, Pordoi e Sella. Sul Pordoi, Fausto va in crisi, le gambe diventano di legno, lamenta dolori gastrici (si parlò di congestione da uova, erano veramente altri tempi), addirittura mette giù il piede e palesa l'intenzione di abbandonare il Giro. Bartali è davanti a "tirarlo" sulla salita, come l'ultimo dei gregari, quando si accorge del tutto. Scende dalla bicicletta e con metodi non proprio montessoriani - dopo una scarica di insulti, prese la faccia di Coppi la infilò nella neve che incorniciava le strade del versante bellunese del Pordoi e per non farsi mancare niente gliene mise anche po' sotto la maglietta, sempre ricordandogli le umili origini di entrambi e i sacrifici fatti dai genitori per assecondare la loro passione - lo rimette in sella, urlandogli una delle frasi che rimangono leggendarie per gli appassionati "Coppi, sei solo un acquaiolo, ricordatelo!", che nel gergo del pedale corrisponde a quei ciclisti che sono deputati a portare l'acqua per i loro capitani, uomini di fatica che non avendo talento non conosceranno mai la gioia della vittoria. Anche se una versione più goliardica vuole che il buon Gino, amante del buon mangiare e del buon bere, volesse punzecchiare Fausto, uno dei primi atleti maniacali nel rispettare una dieta rigorosissima. Fatto sta che Coppi si rimette assieme in qualche modo, riesce ad affrontare anche il Sella e va a vincere il Giro d'Italia. Il giorno successivo l'Italia entra in guerra, Coppi è mandato in Africa a combattere come fante della Divisione Ravenna e viene catturato dagli inglesi che, riconoscendolo, lo trattano coi guanti bianchi e gli accordano addirittura il permesso di allenarsi durante il periodo di prigionia. Non ci fosse stata quella sfuriata sul Pordoi, chi lo sa cosa sarebbe successo...magari sarebbe stato lo stesso fatto prigioniero dagli inglesi, sarebbe stato un signor nessuno come i suoi commilitoni e probabilmente i suoi parenti non avrebbero avuto nemmeno un luogo dove piangerlo ma è inutile farsi tante domande: Ginettaccio era fatto così.

Siamo nel 1948. L'Italia è uscita malconcia dal Ventennio e dalla guerra. Le elezioni politiche del 18 aprile hanno decretato la vittoria più schiacciante di un partito politico nella Storia d'Italia: la Democrazia Cristiana piglia la quasi maggioranza assoluta dei voti e impone la sua centralità nella vita politica del Paese, centralità che verrà perpetuata per i successivi 44 anni. Il Partito Comunista, e soprattutto la sua base, è però in subbuglio, un subbuglio dovuta ad una serie di disillusioni. Quella seguita all'esito del voto (il precedente delle elezioni per la Costituente aveva fatto ben sperare), quella seguita alla percezione di una rivoluzione tradita (la sensazione di aver inutilmente combattuto e di aver inutilmente visto morire amici e parenti durante la Resistenza), quella seguita al sempre più probabile ingresso dell'Italia sotto l'ombrello della NATO (recidendo nel profondo i legami colla "Patria dei lavoratori" come allora veniva chiamata l'URSS). In questo scenario, il diavolo ci mette la coda sotto la forma di uno studente, Antonio Pallante, che spara cinque pallottole calibro 38 tra la schiena e la nuca del segretario del PCI, Togliatti. L'Italia è sotto-shock: incidenti, scontri e manifestazioni causano una serie di morti e migliaia di feriti, a Torino viene sequestrato l'Amministratore delegato della FIAT Vittorio Valletta, le linee telefoniche e ferroviarie collassano a causa degli scioperi. Il pericolo di un'insurrezione armata, colle armi mai consegnate dopo la fine della guerra e occultate nei nascondigli della struttura clandestina del PCI, è dietro l'angolo. Degasperi, segretario della DC e Presidente del Consiglio, telefona a Bartali che è in Francia alle prese con un Tour che dopo un inizio difficile sta sorridendo al toscano. Manca però ancora la maglia gialla, da dieci giorni sulle spalle del francese Bobet. Il giorno successivo è quello della tappa regina di quell'edizione: il percorso prevede, nell'ordine, Galibier, Croix de Fer, Portet, Coucheron e Granier. Gino vince la tappa, indossa la maglia gialla, la porta fino a Parigi e diviene l'unico corridore della storia ciclistica a vincere due Tour a distanza di dieci anni. Non si sa cosa si siano detti in quella telefonata, la leggenda vuole che Degasperi l'abbia quasi supplicato di vincere la tappa come "arma di distrazione di massa", Bartali ha sempre smentito, pur ammettendo la telefonata, fatta solo, a suo dire, per sincerarsi delle sue condizioni. Viene difficile pensare pensare che un Presidente del Consiglio di un Paese sull'orlo della guerra civile telefoni ad un ciclista per chiedergli come stava ma è inutile farsi tante domande: Ginettaccio era fatto così.

Siamo nel 1952. Galibier, la salita più evocativa della storia del ciclismo, quella che garantisce gloria imperitura a chi riesce a spianarla, a chi la percorre più velocemente per abbreviare la propria agonia. C'è una foto. C'è La Foto. Chiunque pensi al ciclismo, chiude gli occhi e se la ritrova nelle prime cinque immagini. C'è una bottiglia e ci sono due mani destre. Una è quella di Coppi, l'altra è quella di Bartali. Il primo davanti e l'altro dietro. Chi passa la bottiglia a chi? Nessuno dei due l'ha mai detto, anzi è più probabile che chi la passò abbia (quasi) intimato all'altro di non dirlo. La verità è fin troppo semplice: basta guardare chi ha il portabottiglie ancora pieno e chi l'ha completamente sguarnito. Dopo più di sessant'anni non si sa ancora chi l'abbia passata a chi e probabilmente non si saprà mai. Viene difficile pensare che un ciclista col portabottiglie completamente sguarnito passi la sua ultima bottiglia ad un avversario con almeno due bottiglie ancora disponibili ma è inutile farsi tante domande: Ginettaccio era fatto così.

Ma soprattutto siamo nel 1943. Siamo nell'inverno peggiore della storia recente italiana: freddo come sono stati solo quegli inverni, fame come ce n'è stata solo in quegli inverni, guerra, tanta guerra, quella peggiore: la guerra civile. Gino Bartali, professione: riparatore di biciclette (ebbene sì), aderisce alla DELASEM (Delegazione per l'Assistenza degli Emigranti Ebrei). Fingendo di allenarsi, trasporta nel telaio della bicicletta documenti falsi tra Toscana e Umbria, contribuendo a salvare la vita a centinaia di ebrei, oltre a quelli che ospitò direttamente a casa sua. Gli ultimi cinque mesi di guerra se li fa da ricercato, con pena prevista non l'affidamento in prova ai servizi sociali ma il muro. Questa era (quasi) riuscito a tenerla nascosta a tutti ma alla fine gliel'hanno scoperta. Per fortuna era già morto quando Ciampi gli conferì la medaglia d'oro al valor civile e quando, pochi mesi fa, lo Yad Vashem (il museo israeliano che ospita la memoria della Shoah) l'ha nominato "Giusto fra le Nazioni", un riconoscimento che va a chi è riuscito a salvare la vita anche di un solo ebreo durante le persecuzioni nazifasciste. Per fortuna, dicevamo, perché altrimenti sarebbe riuscito a smentire anche quello perché Ginettaccio era fatto così.

Sì, forse era fatto così. Della pasta migliore. Un bicchiere di vino e la richiesta al gregario che passava davanti alla porta della sua camera durante un giorno di riposo di andare a vedere se "Quei signori nella sala da fumo, che ho sentito essere italiani, hanno un pacchetto di Nazionali, ché queste Gauloises sanno di niente". L'era tutto giusto, Gino, e proprio per questo tutto da rifare.

martedì 8 luglio 2014

Trenta giorni



Siccome nella barzelletta vivente che è questo posto mancava solo il giapponese, è arrivato. Anzi, la giapponese. Sorprendentemente per le abitudini dei figli del Sol Levante parla un inglese abbastanza fluente. In compenso non capisce una parola di italiano. Anzi, lei credeva di capirne qualcuna, poi gli è stato spiegato col giusto tatto che "Vaffanculo" non è la risposta più urbana per porgere il proprio garbato diniego. No, Harumi, "non proprio" non si traduce con "vaffanculo". Fortunatamente, prima della grande scoperta, ha sfanculato solo tecnici e operatori, anche se per lei, che mi ha detto che in giapponese non esiste manco il "No" (sarà vero?), è stato un grande trauma. Stiamo riallocando dispositivi all'interno dell'impianto e lei ieri era la mia ingegnerA di linea. Io, lei e l'altro tecnico abbiamo amabilmente chiacchierato durante il turno. Lei è affascinata dal fascino che il Giappone esercita su noi occidentali, io le ho detto che sono l'unico occidentale a cui del Giappone non frega un cazzo, non ho mai letto un manga, non guardavo neppure Dragonball - volevo anche dirle che hanno tutti la faccia in due dimensioni, che hanno la pelle gialla perché pisciano controvento e che se l'Oriente finisse col Pakistan si starebbe tutti molto meglio ma poi mi sono trattenuto perché non volevo apparire troppo chiuso nei confronti delle culture inferiori - e che le uniche cose che apprezzo del Giappone sono i calciatori (non è vero), le idol (è vero) e raccontare dell'omicidio Furuta ai più impressionabili tra gli amici e i parenti. Fatto sta che con giubilo e gaudio, nonché ripetuti indici (suoi) puntati sulla testa (sua) ad indicare l'igiene mentale della testa (mia) andiamo in mensa, dove per la prima volta dopo due mesi sono comparsi quei legumi noti al mondo come ceci (risotto alla greca).
Li vedo e sono felice, di una felicità inesprimibile a parole. Sono talmente felice, che potrei anche morire da un momento all'altro. L'autoctono mi dà le solite tre scucchiaiate di riso, io vorrei oltrapassare il vetro e pigliarlo per il bavero ma mi limito "One more, please", lui capisce che glielo avrei ripetuto almeno altre due volte e me ne dà subito altre tre. Caracollando dalla gioia mi dirigo verso il tavolo con un passo tipo Giulio Cesare quando passava sotto l'Arco di Trionfo. Scucchiaio. Eh, insomma, il riso era occhei ma i ceci: DURI COME IL MURO, roba da lasciarci lì una mezza arcata dentaria. Evitando scene tipo Fantozzi alla cena di gala a casa della Contessa, guardo il mio dirimpettaio, che viene dalle mie lande, e gli dico: "me paren i balet de sciopp" - mi sembrano i pallini del fucile. In un posto normale questa non sarebbe dovuta neanche essere una battuta, ma in questo luogo di desolazione devo essergli sembrato Woody Allen e inizia a ridere di gustissimo, diventa paonazzo, manca poco che si strozzi. Rido con moderazione del suo contorcersi dalle risate, lei chiede una spiegazione, poi esige una spiegazione, poi intima una spiegazione. Alla fine glielo traduco e succede una roba che pensavo succedesse solo in "Mai dire Banzai" (a proposito della mia ampia cultura giapponese): ride come lui di una battuta non solo spiegata ma pure tradotta. Ride e ride, ad un certo punto m'irrita (ma chi ha insegnato a ridere ai jappi? Nitriva anziché ridere), vorrei replicare l'omicidio Furuta e alla fine mi dice: "You're so fucking funny guy".

Ora, un mese fa durante una conversazione mando un messaggio alla Zorza in cui come al solito debbo aver commesso un imperdonabile errore, dopo essermi molto scusato "Se Le porto la palla, mi fa giocare un po'?", lei inizia a ridere e quindi è costretta a tradurre il tutto alla sua amica-collega Poppy (Poppy...nomi che pensavo esistessero solo nei libri d'inglese delle medie) e questa gli dice "Your husband is so fucking funny guy". Due settimane fa in preda ad una crisi d'ansia per le pene d'amore di un'altra amica-collega - che praticamente si vede con uno, ci passa le serate, tutto bravissimo, tutto bellissimo, tutto benissimo, poi finisce la serata, rimangono in macchina, parlano di ogni argomento dello scibile umano ma lui sia mai che ci provi - mi chiede: "Secondo te, dal tuo punto di vista maschile, cos'è che lo frena? Che poi lo chiedo a te che in realtà sei più mezzafiga di tutte noi messe insieme ma vabbé" e io, sempre scusandomi, le dico "Gli direi: Picchiami, ma baciami". Lo riferisce alla sventurata che le risponde: "Georgia, you're so fucking funny girl" - la signora si appropria anche delle battute altrui ma il fucking funny ero io, vergogna. Tra le altre cose poi l'amica non ha fatto come le avevo (mirabilmente, ammettetelo) suggerito e infatti il nostro Porfirio Rubirosa 2.0 s'è fatto di nebbia.

Forse dovevo andare a fare il comico per stranieri. Se penso che Iacchetti e Boldi si sono campati la vita con due sketch merdi (i due di Boldi: "Faccia da pirla" e "Tatatatatachicardia" perché Iacchetti manco quelli aveva) e io sono qui in una buca colla prospettiva di morire a cinquant'anni di enfisema mi viene (anche) la depressione. E' iniziato pure Ramadan ma tra i pochi pregi di questa prigione c'è che si avverte meno rispetto all'anno scorso e poi ormai siamo all'ultima boa: 30 giorni alla felicità. Me lo dico da solo: daje, Fili'. E quest'anno per la prima volta dopo un lustro non si scarpina in vacanza. L'obiettivo è sdraiarsi giorno 8 agosto e rialzarsi giorno 23. Anzi, preferibilmente mettersi di lato e rotolare verso Fontanarossa per sprecare meno energie possibili. Ovviamente sempre con crema solare protezione 700 perché anche in vacanza non bisogna mai dimenticarsi che abbronzarsi è male quasi come le scarpe aperte. Il malvagio sole è sempre in agguato e non bisogna farsi trovare impreparati.

mercoledì 18 giugno 2014

Pena di morte (p)e(r) le gattare



Il coordinatore dei tecnici di un'altra delle linee dell'impianto è, incredibile a dirsi, un coglione di quelli che bisogna impegnarsi per scovarne uno così. Non tanto nel suo lavoro in cui mi dicono essere competente ma per quanto è banale, volgare e tutti gli aggettivi peggiori dell'universo ogni volta che apre bocca in mensa. Me lo suco per ventuno pasti alla settimana perché abbiamo lo stesso orario di frequentazione della mensa e questa massa di imbelli è elastica sul perdere migliaia di euro all'ora perché non chiude una valvola ma sulle cose importanti, tipo i turni della mensa, non ammette deroghe: per mangiare in un orario diverso da quello assegnatoti devi rivolgerti alla FAO. Ovviamente non posso mangiare colle cuffie, come sarebbe giusto e normale, perché, nonostante questo gulag, l'ultimo barlume di educazione mi è rimasto incagliato nel carattere. Non so quanto tempo ci metterà a disincagliarsi ma potrebbe essere questione di secondi.

Sta di fatto che qualsiasi argomento approccia sai già che la conclusione che ne trarrà sarà sempre la più banale. Che si parli di calcio, politica, costume. E a me la banalità, facente spesso il paio coll'ineleganza, che non è la giacca e la cravatta o il tailleur e lo stiletto, ma come uno pensa e agisce. Solitamente parla (con altri, io non gli rivolgo la parola, però il tavolo è quello e quindi...) di argomenti tipo Balotelli, gli stipendi dei parlamentari oppure la Minetti. L'altro giorno discettava di quello che era successo a Motta Visconti. Attacca colla tiritera sulla pena di morte. Io sto zitto, come sempre, tanto non ne vale la pena. Finisce un discorso che avrebbe fatto impallidire un unno - che probabilmente lui pensa essere un numero scritto in modo errato - mi guarda e dice: "O sbaglio?". Finisco di mangiare la polpetta di gomma che l'ottimo servizio mensa ci fornisce e gli rispondo: "Sbagli. Per me, sbagli" - "Perché?" - Siccome un po' stronzo so esserlo anch'io e la risposta me l'ero preparata da qualche minuto "Perché l'abbandono della pratica della pena di morte è uno dei pochissimi lasciti che apprezzo dell'illuminismo".

Alla parola illuminismo è andato in crisi, probabilmente deve anche averla confusa con comunismo - la sua evoluzione politica è andata da B a Grillo - ed ha riattaccato con un'altra bella, e anche qui non banale, tirata sui comunisti buonisti pacifisti (e tutti gli altri -isti), che si conclude colla seguente domanda: "E se capitasse a tua moglie?" (probabilmente l'illuminismo gli ha cortocircuitato il cervello perché non ha capito che se capitasse a mia moglie, l'assassino sarei io) - "Risponderei colle parole di quel politico americano, non ricordo se senatore o governatore, che disse: "Vorrei che la giustizia fosse più lucida di un marito a cui ammazzano la moglie o di un padre a cui ammazzano i figli" - "Sìsì, tanto non gliela daranno mai" - come se fosse prevista dall'ordinamento. Ah, i nipotini della patria del diritto - "Stai sereno, daranno ragione a quelli come te" - "E meno male, altrimenti vivremmo, nel migliore dei casi, quello americano, in una società in cui il padre insegna ai cinni a sparare a cinque anni e secca il nonno che piscia dietro la siepe". Lo vedo frastornato. Non si perde d'animo "Tanto poi ci pensa la giustizia del carcere. Ahhhhhh, lì dentro per chi tocca le donne e i bambini  c'è una giustizia interna".

Questo è uno dei discorsi che mi fa più incazzare in assoluto. Sono anche pronto a discutere sulla pena di morte - mammà ad esempio è favorevole, quindi è stato un argomento ricorrente nella mia formazione - perché alla fine rientra nel solco della giustizia di uno Stato, ma su 'sta ciclopica cazzata della giustizia interna al carcere, vado ai matti, perché QUALSIASI cosa al di fuori delle regole che uno Stato si è dato, QUALSIASI cosa al di fuori del contratto sociale che uno Stato ha stabilito coi suoi cittadini è un abuso e uno Stato che chiude gli occhi su un abuso è uno Stato debole.

Infatti se sulla pena di morte FUI abbastanza calmo nell'esposizione, qui mi SI CHIUSE la vena e l'eloquio DIVENNE torrenziale.

"Certo, che dimostra semmai la debolezza di uno Stato che si affida ad altri assassini oppure a galantuomini come gli stupratori per ristabilire una giustizia che lui non è in grado di attuare. Assassini dimenticati che quindi diventano giustizieri a cui appellarsi, lo stesso compito che si vorrà assegnare a quel maiale tra qualche anno, quando sarà stato dimenticato da tutti e un nuovo maiale massacrerà la moglie e i figli. E uno Stato debole non è che è debole a compartimenti stagni: è debole in toto. Nel non punire adeguatamente corrotti e corruttori, nel calare le braghe al primo scioperello, eccetera eccetera. E chi arriva in uno Stato debole ed è forte perché le esperienze della vita l'hanno segnato, si adegua rapidamente a trarne il maggior vantaggio col minimo sforzo, fottendosene di ogni regola e da un certo punto di vista è più comprensibile il suo atteggiamento, visto che non ha radici in quel territorio, rispetto a quelli di chi lo abita da millenni. Uno stato forte invece è forte in tutti i settori. Punisce TUTTI duramente ma senza vendette e anzi cercando di rieducare, ha precisi indirizzi economici e non basta una corporazione del cazzo per iniziare a concertare anche sulle virgole e i sospiri e accoglie, perché sa che le migrazioni sono un fenomeno storico e non politico, discriminando solo sulla base delle infrazioni alla legge".

Ha iniziato a perdere sangue dal naso e ha capitolato con un: "Certo che sei ben strano" (io, eh, non lui). Insomma, sono bastate tre frasette da tema di terza liceo per mandarlo in crisi. In altri tempi mi sarei sentito pure una merda per quella roba del "Ti piace vincere facile", oggi no. Pietà l'è morta. E da quel dì. Questo sa anche lavorare, pensate a quelli che lavorano col culo e ragionano con lo stesso quale bel clima riescono a creare e poi capire perché la mozione "Palla di Lardo" vede crescere il numero dei suoi delegati tra i neuroni che affollano la mia testolina.

Fortuna che anche in questo impianto ho scoperto esserci delle palle di pelo, pulci e zecche (questi però le hanno veramente, non come la Viziata) e l'altro giorno mentre passeggiavo con la Vale dicendole di quanto questo posto mi faccia orrore: "E' tutto una merda, tutta una mer..." ad un certo punto salta fuori una roba che più lercia non si può ma con quattro zampe, due orecchie, due occhi neri e un muso lungo. Il sottoscritto passa dallo stato solido allo stato liquido: "Ciaaaaaaaooooooo bello" e poi una serie di frasi irripetibili tipo "Lalalalalala" - "Dimmi un po' da dove spunti?" - "Eh, cucciolo, da dove vieni fuori?" - "Ma bello lui".
Dopo tre minuti di catatonia ipercinetica, la Vale mi fa: "Beh, bello, diciamo...un tipo". Dopo altri per me brevissimi e per lei infiniti minuti "Carissimo, tra mezzora iniziamo il turno, sarà il caso di andarci a vestire, no?" - "Eh sì, un attimo" - "Peggio delle gattare, peggio delle gattare. E non è la prima volta".


mercoledì 11 giugno 2014

Mai schiavi di Roma

 
Domani iniziano i Mondiali. Tra russi, neerlandesi e italiani si stanno organizzando i gruppi d'ascolto. Io vorrei morire. Ancora più che negli altri giorni. Tra le differenti nazionalità si fanno già quelle simpatiche gag, note come sfottò, che non tollero in contesti amichevoli (Io seguo il calcio per una marea di motivi, ma non vado per divertirmi, scriveva Nick Hornby nel suo immortale "Febbre a 90°"), figuriamoci in 'sto posto di merda. Spero che l'Italia non segni neanche un goal perché alla sola idea di abbracciare uno qualunque di questi stronzi mi viene voglia di contrarre il bacillo della peste per contagiarlo. L'unica cosa che mi consola del non essere in Italia è che non dovrò spiegare alla solita massa di imbecilli "mai schiavi di Roma" che non è l'Italia ma la Vittoria ad essere schiava di Roma, come si evince dal verso le porga la chioma, perché alle schiave romane venivano tagliati i capelli per defemminilizzarle e distinguerle dalle donne romane libere che infatti venivano chiamate in capillo. Fatelo voi per me, ve ne prego: non servirà a niente, tra tre mesi lo ripeteranno ancora, però è comunque una buona azione e verrete ricompensati nel Regno dei Cieli.

Che poi...

Dov'è la Vittoria?
Le porga la chioma
che schiava di Roma,
Iddio la creò

aldilà di ogni parafrasi, come può una trasmissione di sinapsi processare l'informazione che è l'Italia ad essere schiava di Roma è un mistero doloroso per me e gaudioso per un neurologo.

P.S.
Però potrebbe aggirarsi anche per queste lande uno "mai schiavo di Roma". Per star sul sicuro, sabato notte mi armerò di un serramanico.

venerdì 6 giugno 2014

Se ne volevo una Normale andavo a Pisa



Quella volta che alla domanda "Che lavoro fa?" dicesti ai tuoi "Lo conosco da poco, lui dice l'idraulico ma debbo ancora approfondire la questione, perché non me la racconta giusta". Quando lo venni a scoprire, da tua madre, il giorno in cui le dicemmo che ci saremmo sposati, ti chiesi: "Perché, cosa pensavi che facessi?" mi sentii rispondere, con quella tua intonazione impassibile come solo un medico ad un congresso, con quella tua aria franca, forte, ferma e fiera, quella che riesci a estrinsecare anche, soprattutto, quando spari le peggio cazzate "Ero convinta spacciassi". Alla mia espressione (colpevolmente) sbigottita obiettasti "Vabbé, non fare quella faccia di cazzo, non ti conoscevo nemmeno". Tua madre rise molto, intimamente chiedendosi cosa aveva sbagliato in quei nove mesi. E io capii che se avesti avuto tutte le rotelle e tutte perfettamente funzionanti, non mi saresti piaciuta, figurati sposata.

venerdì 30 maggio 2014

Vecchio dell'Alpe stile di vita



E' arrivato un tecnico nuovo. Romano, 35 anni. E' simpatico ma è uno di quelli che pensano di essere più simpatici di quello che sono. Io lo sapevo che il momento doveva arrivare, lo percepivo nell'aere, lo annusavo colla mia canappia (che, ricordiamoci: "Amo', se dici de no, sparecchi e se dici de sì, affetti er pane"). Però in questo circo psichiatrico è uno dei pochi che non vedrei bene grattato via dall'asfalto eccetera eccetera e quindi me tocca.

Lui: "Ma come fai a conoscere così bene Roma?"
Io: "C'ho vissuto, contando diversi periodi, per qualche mese. Ci abitano alcuni miei parenti, andavo a trovarli, mi feci un giro d'amicizie e d'estate ci tornavo spesso. Mentre invece mia moglie c'è nata e cresciuta per 16 anni e quindi ogni tanto torniamo"
Lui: "Dove stavi?"
La prendo larga: "Roma Nord"
Lui: "Ahah, anch'io. Io so' di Grottarossa"
(pensiero: "Fiùùù, m'ha detto la zona, non la frazione, dai che la sfanghiamo) Io: "Ah, conosco, dove han trovato la Mummia". Poi, incauto, aggiungo: "Io stavo alla Marcigliana"
Lui: "Io a Saxa Rubra, vicino alla Rai. Presente?"
Io, che lo sapevo, che lo sapevo, che lo sapevo che sarebbe andata a finire così: "Più o meno"
E poi, eccola, come Damocle se la sentì sulla collottola: "E tu dove stavi alla Marcigliana?"
(pensiero: "Rassegnati Filippo, rassegnati"): "Settebagni"

Gente, siamo nel 2014, viviamo in comode case con la luce, l'acqua corrente, il gas a rete. Abbiamo una. due, anche tre famiglie. Stasera uscirete, riderete, ballerete, canterete, forse v'innamorerete. Ma ricordatevi sempre che anche nel 2014 (in lettere: duemilaquattordici) al solo sentire "Settebagni" c'è ancora chi risponde "Poi t'asciughi".

E quell'infame così rispose.

La prima volta che sentii quella divertente (...) espressione non sapevo ancora scrivere.

Eravamo nella sala di compressione del gas e ho sentito un irresistibile impulso ad accendermi una mozzica. E quando succederà, perché succederà, voi saprete che non l'ho certo fatto per futili motivi ma perché, al culmine dell'abbruttimento fisico e mentale, c'è chi m'ha risposto "Poi t'asciughi".

Voi capite che in ambienti come questo, l'ultimo problema sarà calarmi per tre giorni nelle viscere della terra a respirare metalli pesanti?

P.S.
Se poi vogliamo aggiungere dolore al dolore, l'altro ieri mammà m'ha scritto che Emma "ha il mento da streghetta". Ma come posso continuare a rapportarmi con gente così malvagia? Il progetto nonno di Heidi procede a tappe forzate.