Il primo giorno che entrai nella divisione sultanatica della company ci dissero che il dress code non è stringente come in Italia - comunque niente di eccezionale: camicia e barba rasata - ma che si può venire a lavoro anche in T-Shirt. Ricordo l'ultima postilla "Senza esagerare, mi raccomando". Penso sia una procedura standard, compreso il "Senza esagerare, mi raccomando". Ieri Mattia si è presentato al lavoro con una maglietta con un Hitler dalla sognante espressione e la scritta "I have a dream". Alle 14 ha iniziato il turno, alle 14.30 girava con una T-Shirt bianca. "Mah, L. (il nostro ingegnere di linea, ndF) m'ha rotto la minchia. Non c'ha proprio un cazzo da fare, quello".
L. è proprio una di quelle L. là, tipo Primo, tipo Carlo, tipo Rita. Lui immagino che non ne sappia niente, anche perché per lui è già tanto essere consapevole della propria esistenza in vita.
Dopo il corso di tedesco e quello di boxe, dovrò iscrivermi a quello per non volergli bene perché è ogni giorno sempre più difficile.
Siamo nel 1940. Bartali, già vincitore di due Milano-Sanremo, due Giri d'Italia, un Tour de France e tre Giri di Lombardia, buca. Ripara la foratura, riparte e mentre si sta per ricongiungere col gruppo di testa, un cane gli taglia la strada e lo fa cadere, procurandogli fastidiosi dolori al femore. La Legnano, la squadra di Gino, decide di puntare su un giovane e sconosciuto gregario dal fisico improbabile, di nome Fausto, voluto proprio dallo stesso Bartali. Coppi è al primo Giro d'Italia, non ha ancora vent'anni, è praticamente un lattante in uno sport in cui anche allora si continuava a correre e a vincere ben oltre la trentina. L'altro è Bartali, un semidio, e forse sarebbe il caso di togliere semi, dell'Italia sportiva di allora, in cui il ciclismo faceva premio su qualsiasi altro sport, calcio compreso ed era, aldilà della frusta e ormai malcelata retorica di regime, uno dei pochi motivi di orgoglio italiano all'estero. Ebbene, il semidio potrebbe puntare i piedi (d'altra parte è Bartali), potrebbe ritirarsi (d'altra parte le ferite parlano da sole) e invece no, accetta di diventare gregario del gregario e lo porta a vincere il Giro d'Italia. E non è un modo di dire, ce lo porta proprio di peso. Prima viene sedotto da quel ragazzo col fisico da scartatore di golia ma una capacità cardiorespiratoria da Guinness dei Primati, capace di fargli pompare sangue e ossigeno anche quando gli altri hanno la spia della riserva accesa, che nell'undicesim tappa, da Firenze a Modena, parte con una fuga da lontano, mulina le gambe in centodieci chilometri di sofferenza in cui attacca l'Abetone come se fosse un cavalcavia, affronta il freddo, la pioggia e la grandine e arriva nella città emiliana con un distacco abissale, quasi quattro minuti, sul suo più immediato inseguitore, indossando la sua prima maglia rosa. Poi però quel ragazzo col naso ancor più discutibile del suo lo fa anche arrabbiare. E non poco. Siamo alla sedicesima tappa, Coppi sembra ormai destinato ad arrivare in rosa a Milano ma il suo enorme cuore è custodito da un fisico di cristallo, quello che lo porterà a morire precocemente, complice la malaria, poco più di vent'anni dopo. E il fisico presenta il conto. Da Trieste a Pieve di Cadore si affrontano rispettivamente le impegnative (eufemismo) salite del Falzerago, Pordoi e Sella. Sul Pordoi, Fausto va in crisi, le gambe diventano di legno, lamenta dolori gastrici (si parlò di congestione da uova, erano veramente altri tempi), addirittura mette giù il piede e palesa l'intenzione di abbandonare il Giro. Bartali è davanti a "tirarlo" sulla salita, come l'ultimo dei gregari, quando si accorge del tutto. Scende dalla bicicletta e con metodi non proprio montessoriani - dopo una scarica di insulti, prese la faccia di Coppi la infilò nella neve che incorniciava le strade del versante bellunese del Pordoi e per non farsi mancare niente gliene mise anche po' sotto la maglietta, sempre ricordandogli le umili origini di entrambi e i sacrifici fatti dai genitori per assecondare la loro passione - lo rimette in sella, urlandogli una delle frasi che rimangono leggendarie per gli appassionati "Coppi, sei solo un acquaiolo, ricordatelo!", che nel gergo del pedale corrisponde a quei ciclisti che sono deputati a portare l'acqua per i loro capitani, uomini di fatica che non avendo talento non conosceranno mai la gioia della vittoria. Anche se una versione più goliardica vuole che il buon Gino, amante del buon mangiare e del buon bere, volesse punzecchiare Fausto, uno dei primi atleti maniacali nel rispettare una dieta rigorosissima. Fatto sta che Coppi si rimette assieme in qualche modo, riesce ad affrontare anche il Sella e va a vincere il Giro d'Italia. Il giorno successivo l'Italia entra in guerra, Coppi è mandato in Africa a combattere come fante della Divisione Ravenna e viene catturato dagli inglesi che, riconoscendolo, lo trattano coi guanti bianchi e gli accordano addirittura il permesso di allenarsi durante il periodo di prigionia. Non ci fosse stata quella sfuriata sul Pordoi, chi lo sa cosa sarebbe successo...magari sarebbe stato lo stesso fatto prigioniero dagli inglesi, sarebbe stato un signor nessuno come i suoi commilitoni e probabilmente i suoi parenti non avrebbero avuto nemmeno un luogo dove piangerlo ma è inutile farsi tante domande: Ginettaccio era fatto così.
Siamo nel 1948. L'Italia è uscita malconcia dal Ventennio e dalla guerra. Le elezioni politiche del 18 aprile hanno decretato la vittoria più schiacciante di un partito politico nella Storia d'Italia: la Democrazia Cristiana piglia la quasi maggioranza assoluta dei voti e impone la sua centralità nella vita politica del Paese, centralità che verrà perpetuata per i successivi 44 anni. Il Partito Comunista, e soprattutto la sua base, è però in subbuglio, un subbuglio dovuta ad una serie di disillusioni. Quella seguita all'esito del voto (il precedente delle elezioni per la Costituente aveva fatto ben sperare), quella seguita alla percezione di una rivoluzione tradita (la sensazione di aver inutilmente combattuto e di aver inutilmente visto morire amici e parenti durante la Resistenza), quella seguita al sempre più probabile ingresso dell'Italia sotto l'ombrello della NATO (recidendo nel profondo i legami colla "Patria dei lavoratori" come allora veniva chiamata l'URSS). In questo scenario, il diavolo ci mette la coda sotto la forma di uno studente, Antonio Pallante, che spara cinque pallottole calibro 38 tra la schiena e la nuca del segretario del PCI, Togliatti. L'Italia è sotto-shock: incidenti, scontri e manifestazioni causano una serie di morti e migliaia di feriti, a Torino viene sequestrato l'Amministratore delegato della FIAT Vittorio Valletta, le linee telefoniche e ferroviarie collassano a causa degli scioperi. Il pericolo di un'insurrezione armata, colle armi mai consegnate dopo la fine della guerra e occultate nei nascondigli della struttura clandestina del PCI, è dietro l'angolo. Degasperi, segretario della DC e Presidente del Consiglio, telefona a Bartali che è in Francia alle prese con un Tour che dopo un inizio difficile sta sorridendo al toscano. Manca però ancora la maglia gialla, da dieci giorni sulle spalle del francese Bobet. Il giorno successivo è quello della tappa regina di quell'edizione: il percorso prevede, nell'ordine, Galibier, Croix de Fer, Portet, Coucheron e Granier. Gino vince la tappa, indossa la maglia gialla, la porta fino a Parigi e diviene l'unico corridore della storia ciclistica a vincere due Tour a distanza di dieci anni. Non si sa cosa si siano detti in quella telefonata, la leggenda vuole che Degasperi l'abbia quasi supplicato di vincere la tappa come "arma di distrazione di massa", Bartali ha sempre smentito, pur ammettendo la telefonata, fatta solo, a suo dire, per sincerarsi delle sue condizioni. Viene difficile pensare pensare che un Presidente del Consiglio di un Paese sull'orlo della guerra civile telefoni ad un ciclista per chiedergli come stava ma è inutile farsi tante domande: Ginettaccio era fatto così.
Siamo nel 1952. Galibier, la salita più evocativa della storia del ciclismo, quella che garantisce gloria imperitura a chi riesce a spianarla, a chi la percorre più velocemente per abbreviare la propria agonia. C'è una foto. C'è La Foto. Chiunque pensi al ciclismo, chiude gli occhi e se la ritrova nelle prime cinque immagini. C'è una bottiglia e ci sono due mani destre. Una è quella di Coppi, l'altra è quella di Bartali. Il primo davanti e l'altro dietro. Chi passa la bottiglia a chi? Nessuno dei due l'ha mai detto, anzi è più probabile che chi la passò abbia (quasi) intimato all'altro di non dirlo. La verità è fin troppo semplice: basta guardare chi ha il portabottiglie ancora pieno e chi l'ha completamente sguarnito. Dopo più di sessant'anni non si sa ancora chi l'abbia passata a chi e probabilmente non si saprà mai. Viene difficile pensare che un ciclista col portabottiglie completamente sguarnito passi la sua ultima bottiglia ad un avversario con almeno due bottiglie ancora disponibili ma è inutile farsi tante domande: Ginettaccio era fatto così.
Ma soprattutto siamo nel 1943. Siamo nell'inverno peggiore della storia recente italiana: freddo come sono stati solo quegli inverni, fame come ce n'è stata solo in quegli inverni, guerra, tanta guerra, quella peggiore: la guerra civile. Gino Bartali, professione: riparatore di biciclette (ebbene sì), aderisce alla DELASEM (Delegazione per l'Assistenza degli Emigranti Ebrei). Fingendo di allenarsi, trasporta nel telaio della bicicletta documenti falsi tra Toscana e Umbria, contribuendo a salvare la vita a centinaia di ebrei, oltre a quelli che ospitò direttamente a casa sua. Gli ultimi cinque mesi di guerra se li fa da ricercato, con pena prevista non l'affidamento in prova ai servizi sociali ma il muro. Questa era (quasi) riuscito a tenerla nascosta a tutti ma alla fine gliel'hanno scoperta. Per fortuna era già morto quando Ciampi gli conferì la medaglia d'oro al valor civile e quando, pochi mesi fa, lo Yad Vashem (il museo israeliano che ospita la memoria della Shoah) l'ha nominato "Giusto fra le Nazioni", un riconoscimento che va a chi è riuscito a salvare la vita anche di un solo ebreo durante le persecuzioni nazifasciste. Per fortuna, dicevamo, perché altrimenti sarebbe riuscito a smentire anche quello perché Ginettaccio era fatto così.
Sì, forse era fatto così. Della pasta migliore. Un bicchiere di vino e la richiesta al gregario che passava davanti alla porta della sua camera durante un giorno di riposo di andare a vedere se "Quei signori nella sala da fumo, che ho sentito essere italiani, hanno un pacchetto di Nazionali, ché queste Gauloises sanno di niente". L'era tutto giusto, Gino, e proprio per questo tutto da rifare.
Siccome nella barzelletta vivente che è questo posto mancava solo il giapponese, è arrivato. Anzi, la giapponese. Sorprendentemente per le abitudini dei figli del Sol Levante parla un inglese abbastanza fluente. In compenso non capisce una parola di italiano. Anzi, lei credeva di capirne qualcuna, poi gli è stato spiegato col giusto tatto che "Vaffanculo" non è la risposta più urbana per porgere il proprio garbato diniego. No, Harumi, "non proprio" non si traduce con "vaffanculo". Fortunatamente, prima della grande scoperta, ha sfanculato solo tecnici e operatori, anche se per lei, che mi ha detto che in giapponese non esiste manco il "No" (sarà vero?), è stato un grande trauma. Stiamo riallocando dispositivi all'interno dell'impianto e lei ieri era la mia ingegnerA di linea. Io, lei e l'altro tecnico abbiamo amabilmente chiacchierato durante il turno. Lei è affascinata dal fascino che il Giappone esercita su noi occidentali, io le ho detto che sono l'unico occidentale a cui del Giappone non frega un cazzo, non ho mai letto un manga, non guardavo neppure Dragonball - volevo anche dirle che hanno tutti la faccia in due dimensioni, che hanno la pelle gialla perché pisciano controvento e che se l'Oriente finisse col Pakistan si starebbe tutti molto meglio ma poi mi sono trattenuto perché non volevo apparire troppo chiuso nei confronti delle culture inferiori - e che le uniche cose che apprezzo del Giappone sono i calciatori (non è vero), le idol (è vero) e raccontare dell'omicidio Furuta ai più impressionabili tra gli amici e i parenti. Fatto sta che con giubilo e gaudio, nonché ripetuti indici (suoi) puntati sulla testa (sua) ad indicare l'igiene mentale della testa (mia) andiamo in mensa, dove per la prima volta dopo due mesi sono comparsi quei legumi noti al mondo come ceci (risotto alla greca).
Li vedo e sono felice, di una felicità inesprimibile a parole. Sono talmente felice, che potrei anche morire da un momento all'altro. L'autoctono mi dà le solite tre scucchiaiate di riso, io vorrei oltrapassare il vetro e pigliarlo per il bavero ma mi limito "One more, please", lui capisce che glielo avrei ripetuto almeno altre due volte e me ne dà subito altre tre. Caracollando dalla gioia mi dirigo verso il tavolo con un passo tipo Giulio Cesare quando passava sotto l'Arco di Trionfo. Scucchiaio. Eh, insomma, il riso era occhei ma i ceci: DURI COME IL MURO, roba da lasciarci lì una mezza arcata dentaria. Evitando scene tipo Fantozzi alla cena di gala a casa della Contessa, guardo il mio dirimpettaio, che viene dalle mie lande, e gli dico: "me paren i balet de sciopp" - mi sembrano i pallini del fucile. In un posto normale questa non sarebbe dovuta neanche essere una battuta, ma in questo luogo di desolazione devo essergli sembrato Woody Allen e inizia a ridere di gustissimo, diventa paonazzo, manca poco che si strozzi. Rido con moderazione del suo contorcersi dalle risate, lei chiede una spiegazione, poi esige una spiegazione, poi intima una spiegazione. Alla fine glielo traduco e succede una roba che pensavo succedesse solo in "Mai dire Banzai" (a proposito della mia ampia cultura giapponese): ride come lui di una battuta non solo spiegata ma pure tradotta. Ride e ride, ad un certo punto m'irrita (ma chi ha insegnato a ridere ai jappi? Nitriva anziché ridere), vorrei replicare l'omicidio Furuta e alla fine mi dice: "You're so fucking funny guy".
Ora, un mese fa durante una conversazione mando un messaggio alla Zorza in cui come al solito debbo aver commesso un imperdonabile errore, dopo essermi molto scusato "Se Le porto la palla, mi fa giocare un po'?", lei inizia a ridere e quindi è costretta a tradurre il tutto alla sua amica-collega Poppy (Poppy...nomi che pensavo esistessero solo nei libri d'inglese delle medie) e questa gli dice "Your husband is so fucking funny guy". Due settimane fa in preda ad una crisi d'ansia per le pene d'amore di un'altra amica-collega - che praticamente si vede con uno, ci passa le serate, tutto bravissimo, tutto bellissimo, tutto benissimo, poi finisce la serata, rimangono in macchina, parlano di ogni argomento dello scibile umano ma lui sia mai che ci provi - mi chiede: "Secondo te, dal tuo punto di vista maschile, cos'è che lo frena? Che poi lo chiedo a te che in realtà sei più mezzafiga di tutte noi messe insieme ma vabbé" e io, sempre scusandomi, le dico "Gli direi: Picchiami, ma baciami". Lo riferisce alla sventurata che le risponde: "Georgia, you're so fucking funny girl" - la signora si appropria anche delle battute altrui ma il fucking funny ero io, vergogna. Tra le altre cose poi l'amica non ha fatto come le avevo (mirabilmente, ammettetelo) suggerito e infatti il nostro Porfirio Rubirosa 2.0 s'è fatto di nebbia.
Forse dovevo andare a fare il comico per stranieri. Se penso che Iacchetti e Boldi si sono campati la vita con due sketch merdi (i due di Boldi: "Faccia da pirla" e "Tatatatatachicardia" perché Iacchetti manco quelli aveva) e io sono qui in una buca colla prospettiva di morire a cinquant'anni di enfisema mi viene (anche) la depressione. E' iniziato pure Ramadan ma tra i pochi pregi di questa prigione c'è che si avverte meno rispetto all'anno scorso e poi ormai siamo all'ultima boa: 30 giorni alla felicità. Me lo dico da solo: daje, Fili'. E quest'anno per la prima volta dopo un lustro non si scarpina in vacanza. L'obiettivo è sdraiarsi giorno 8 agosto e rialzarsi giorno 23. Anzi, preferibilmente mettersi di lato e rotolare verso Fontanarossa per sprecare meno energie possibili. Ovviamente sempre con crema solare protezione 700 perché anche in vacanza non bisogna mai dimenticarsi che abbronzarsi è male quasi come le scarpe aperte. Il malvagio sole è sempre in agguato e non bisogna farsi trovare impreparati.
E' arrivato un tecnico nuovo. Romano, 35 anni. E' simpatico ma è uno di quelli che pensano di essere più simpatici di quello che sono. Io lo sapevo che il momento doveva arrivare, lo percepivo nell'aere, lo annusavo colla mia canappia (che, ricordiamoci: "Amo', se dici de no, sparecchi e se dici de sì, affetti er pane"). Però in questo circo psichiatrico è uno dei pochi che non vedrei bene grattato via dall'asfalto eccetera eccetera e quindi me tocca.
Lui: "Ma come fai a conoscere così bene Roma?"
Io: "C'ho vissuto, contando diversi periodi, per qualche mese. Ci abitano alcuni miei parenti, andavo a trovarli, mi feci un giro d'amicizie e d'estate ci tornavo spesso. Mentre invece mia moglie c'è nata e cresciuta per 16 anni e quindi ogni tanto torniamo"
Lui: "Dove stavi?"
La prendo larga: "Roma Nord"
Lui: "Ahah, anch'io. Io so' di Grottarossa"
(pensiero: "Fiùùù, m'ha detto la zona, non la frazione, dai che la sfanghiamo) Io: "Ah, conosco, dove han trovato la Mummia". Poi, incauto, aggiungo: "Io stavo alla Marcigliana"
Lui: "Io a Saxa Rubra, vicino alla Rai. Presente?"
Io, che lo sapevo, che lo sapevo, che lo sapevo che sarebbe andata a finire così: "Più o meno"
E poi, eccola, come Damocle se la sentì sulla collottola: "E tu dove stavi alla Marcigliana?"
(pensiero: "Rassegnati Filippo, rassegnati"): "Settebagni"
Gente, siamo nel 2014, viviamo in comode case con la luce, l'acqua corrente, il gas a rete. Abbiamo una. due, anche tre famiglie. Stasera uscirete, riderete, ballerete, canterete, forse v'innamorerete. Ma ricordatevi sempre che anche nel 2014 (in lettere: duemilaquattordici) al solo sentire "Settebagni" c'è ancora chi risponde "Poi t'asciughi".
E quell'infame così rispose.
La prima volta che sentii quella divertente (...) espressione non sapevo ancora scrivere.
Eravamo nella sala di compressione del gas e ho sentito un irresistibile impulso ad accendermi una mozzica. E quando succederà, perché succederà, voi saprete che non l'ho certo fatto per futili motivi ma perché, al culmine dell'abbruttimento fisico e mentale, c'è chi m'ha risposto "Poi t'asciughi".
Voi capite che in ambienti come questo, l'ultimo problema sarà calarmi per tre giorni nelle viscere della terra a respirare metalli pesanti?
P.S.
Se poi vogliamo aggiungere dolore al dolore, l'altro ieri mammà m'ha scritto che Emma "ha il mento da streghetta". Ma come posso continuare a rapportarmi con gente così malvagia? Il progetto nonno di Heidi procede a tappe forzate.
Io e la Vale alla macchinetta del caffé a parlare malissimo di tutti quelli che lavorano in "sto posto del cazzo" e di come la vita difficile e la natura matrigna ci costringano in "sto posto del cazzo". Arriva l'operatore. Indonesiano, se può interessare. Apre la macchinetta per svuotarla dalle monetine.
Problema
Testo
Le monete (5 baisa, 10 baisa, 25 baisa, 50 baisa) sono ovviamente mescolate. L'indonesiano reca in mano il contenitore delle monetine e un bagaglio con quattro cilindri cavi ognuno con un diametro corrispondente al diametro delle monete. L'operatore deve inserire le monete dello stesso valore racchiuse nel contenitore nel cilindro dal diametro corrispondente e il bagaglio dirà quante monete di ciascun valore esso contiene attraverso la scala graduata di ciascun cilindro cavo.
Dati
n monete da 5 baisa
n monete da 10 baisa
n monete da 25 baisa
n monete da 50 baisa
Bagaglio autocalcolante
Risolvo
Rovescio il contenitore delle monetine per terra, faccio andare le monetine ovunque: sotto la macchinetta, giù dalle scale, tra i piedi della coppia di inspiegabilmente costernati lavoratori al mio fianco, sotto la fotocopiatrice, financo nell'ufficio di fronte. Poi, con assoluta nonchalance, pulisco l'intera regione di Al-Sharqiyya colle ginocchia, probabilmente chiedo anche un lasciapassare orario all'Iran, mentre raccolgo monetine e le infilo nel bagaglio.
Risposta (della Vale)
"Filippo, perché quella faccia? Mi sembra normale che quando non bastano i nostri, li andiamo a prendere da fuori, per mantenere stabile il livello. Del resto ogni sistema tende all'equilibrio."
Due settimane fa tornai. Da una settimana i miei stazionano a casa. Stanno qui da ponte (pasquale) a ponte (primo maggio). Quindi Smilzo se vuoi aggregarti alla compagnia, fai pure. Così puoi passare le ore in cui io lavoro, con mammà a sciogliere inni a Zio VoLODYa e a parlare male di tutti gli altri. Quando pensavo alla convivenza Ella-mammà volevo morire. Speravo in una timpanosclerosi della prima e in una paralisi bilaterale dei muscoli fonatori per la seconda. Temporanee, eh. Invece le due si stanno ben comportando.
Poi, per non farsi mancare niente, in un giorno a caso tra l'8 e il 10 di maggio, parto per la Turchia. Siccome fare una trasferta "tranquilla" non fa immagine, saremo sì in Turchia ma su una condotta che attraversa il Mar Nero. Insomma, come dire, noi alla mattina ci affacceremo dalla finestra del container e vedremo...la Crimea. Permanenza in questo ameno posto dove però (però, capite, però) potete fare il bagno (cit.)? A discrezione del management (cit.). Quando sento la parola management, che è sempre sempre sempre preceduta o seguita da una minchiata, mi sento come Mastroianni-Prof.Sinigaglia ne "I compagni".
Venerdì scorso festa di laurea di Abdi, neo-dottore in Ingegneria Chimica (mica cotica). Una festa di laurea col tipico low-profile del Golfo. Anche il regalino è stato low-profile: Ella esclusa, non ho MAI speso così tanto per un regalo. Il bello (bello? La merda vera, altro che bello) è che se non ci fossero stati i buoni uffici di mio babbo, avrei speso il doppio (del troppo) che ho speso. Perché no, non funziona che "X, capisci che lui ha certe disponibilità, non è come voi" - "Basta il pensiero" e tutte queste mollezze occidentali. No, qui l'importanza che assume per te l'altra persona si misura in riyal. Al più, in dollari. Quando però, appena arrivato alla festa, ho visto cinque agnelli che pascolavano su cinque girarrosti mi sono dimenticato di quanto mi sia costata la mia amicizia con Abdi e da lì in poi l'unico scopo della serata è stato come trovare la via più breve per incularsene uno (nel senso di furto), trovare un angolino e finire la mia esistenza mangiandomelo tutto, zoccoli compresi. Non è andata così ma ho perso tutta la mia dignità, mangiandone praticamente uno intero pur senza angolino e senza termine dell'esistenza. Non c'era alcol (evvabbé) e neanche fumo (su questo ho i miei dubbi e la cosa mi fa molto girare i coglioni a ripensarci, quindi fingiamo che non mi sia accorto) ma quando ho fatto partire il coro "Dottore, dottore, ecc" sono stato comunque seguito da un buon numero di presenti che hanno quantomeno intonato l'aria.
Il corso di boxe prosegue, l'allenatore rompe il cazzo per farmi partecipare alle competizioni ufficiali. "Pesi Welter", dice lui. Io gli rispondo "Veltroni?" Lui non capisce. Io rido molto. Lui s'incazza. Ci ripenso. Gli dico che "Sì, mi sento pronto". Poi parlo con il mio vicino di panchina negli spogliatoi. Mi dice che lui a novembre al primo incontro è stato sorteggiato col campione regionale e al primo jab il naso ha deciso di traslocare sulla nuca. Io mi fingo morto.
Il corso di tedesco, tra amore, anarchia e tanti, tanti ma tanti cuori uncinati ché, vorrei ricordarvi, "non capisci un cazzo, è tedesca, facciamo colpo" va sempre meglio. Ieri figheggiavo con mammà iniziando un discorso in inglese, proseguendolo in italiano, chiudendolo in tedesco e salutando in arabo. Roba che non era così orgogliosa da me da quando le dissi che mi ero lasciato colla mia ex-morosa, non sapendo che con quella dopo mi sarei addirittura sposato.
Non c'è un cazzo di locale ma dato che, come diceva NickMakkia69, "dove c'è una grande volontà non possono esserci grandi difficoltà" sono riuscito a crearmi un discreto giro ed è finito il periodo Filmissimi di Rete4. Anzi, tra un po' dovrò comprarmi un'agenda per gestire questa "LucignoloBellaVita" way of life.
E alla fine, dopo un mese di affiancamento, ha superato il test. Lui è assunto a tempo indeterminato e io mi piglio il guiderdone. Ieri ero un po' in ansia, sempre per quanto lo possa essere io, anche perché gli ultimi due me li avevano stroncati. E invece quest'essere che a guardarlo in faccia ti chiedi come abbia potuto oltrepassare la soglia dei vent'anni senza finire in una striscia di Bunny Suicides (nel suo caso: Unconscious Bunny Suicide) l'ha superato.
Ieri poco prima di entrare in sala macchine, mentre gli ripetevo quello che doveva fare ("Se...allora...altrimenti" - "Ti spiego un trucchetto per verificare subito quando..." - "Se s'accende la spia rossa ed è impostato sulle cinghie, basta che tu..."), mi guardava con quegli occhi acquosi che ormai ho imparato a riconoscere, perché lui guarda te ma vede oltre. Molto oltre, troppo oltre, talmente oltre che m'ha chiesto:
"Io capisco Miss Mondo, ma Miss Universo che senso ha? Non ne sappiamo troppo poco dell'universo per spingerci in queste considerazioni?"
"..."
"Con tutto il rispetto, eh. Ho capito che mi stai dicendo delle cose molto importanti. Veramente, eh!"
"..."
"No, dico..."
"Mattia, diodundio, tra dieci minuti decideranno se sistemarti per la vita e tu pensi a queste cazzate?"
"Hai ragione, scusa"
Giovedì scorso sono tornato dalla Libia e già mi sembra passato una vita per tutto quello che è successo. Se fossi "in finale un cojone" direi che è perché quando rivedo Ella perdo la cognizione dello spazio e del tempo. In realtà è la mia filosofia di vita, #maiunagioia, che si propaga, si diffonde, si moltiplica.
Uno dei consigli che mi hanno sempre dato contro la depressione è che se ti senti solo, se pensi che a nessuno a questo mondo si preoccupi per te, se pensi che di tutto quello che fai o non fai non importi a nessuno prova per un mese a non pagare le rate dell'auto. Ecco, se invece amate poco la vita vi consiglio un bel viaggetto con la Libyan Airlines e vedrete che i brasiliani al Carnevale di Rio diventeranno pallidi burocrati al vosto cospetto.
Finalmente un po' di relax, l'idea di iniziare a mettere nero su bianco il viaggio di Marzo-Aprile (New York-Dallas on the road), che l'ammasso di pelo, pulci e zecche inizia a non mangiare, a bere come un'idrovora e ad avere, ma questo lo scoprirò in seguito, piccole emorragie. Qui i veterinari non esistono e già il fatto che io abbia una cagnona suscita lo scandalo di Oscar Wilde nell'Inghilterra vittoriana. Cerco qualcosa su internet, cosa che non faccio mai, ma avevo un'ansia che ci potevo appoggiare una bicicletta, e con la consueta prudenza che caratterizza il web la malattia meno terribile era il diabete insipido. Una bellezza. Quindi lunedì mattina andiamo (ad Ella è bastato vedere come mi aggiravo per casa per prendere spontaneamente un giorno di ferie) a Muscat dal veterinario. La visita e mi dice che quello di un mese fa non era ciclo ma semplice perdite e che il vero ciclo è quello di adesso. Tenerla controllata un'altra settimana e poi vedere come evolve. Io rimango perplesso ma quel briciolo di credibilità che ancora riservo ai medici decido di impegnarla tutta lì. D'altra parte, nonostante innumerevoli lezioni e decine di bloc-notes riempiti, faccio fatica a capire come funziona quello delle donne (alla fine ho capitolato "Senti, facciamo così, io mi limito allo start, poi ci pensi tu"), figuriamoci quello delle cagnone. Ritorniamo a Sur. Passa un altro giorno senza mangiare e, soprattutto, beve in una maniera sconsiderata. Ai livelli di mezzo litro orario. Gli ritelefono e mi dice di riportargliela su. C'è da dire che è la strada dell'orto: sono solo 150 km e io non posso per nessun motivo assentarmi dal lavoro. Ma non corro pericoli: anche ci fossero stati autovelox, sono stati bruciati. Parte con una considerazione da nulla: isteroctomia. Gli faccio sommessamente notare che, così, dopo una visita sommaria, non mi pare il caso. Tampone. Microscopio. Non c'è infiammazione all'utero. Per dire...
Esami del sangue. Ceretta. Alcol. La Trudi, che alla fine è la cagnona del suo proprietario, si mette giustamente a leccarlo. Ridiamo. Mi lascia dicendomi di provare a cambiarle mangime e di riattivare la fame, dandole qualcosa che le piace molto. Sono a Muscat e prima di ripartire mi fermo e svaligio il reparto carne di porco. C'è un reparto apposito e solo nei supermercati capitolini, distante da tutto e da tutti, in cui entro con la stessa circospezione con cui rubavo le monete dal salvadanaio di mia cugina quando andavo a casa di zia. Ritorniamo a Sur. La troia, perché una che si comporta così è solo una gran troia, manca poco che mi mangi anche il cartoccio da cui le scodellavo la carne. Ieri mattina arrivano gli esiti delle analisi e non ha infiammazioni in corso, i reni funzionano a meraviglia, si è dimenticato di chiedere la rilevazione dei valori del fegato (...) ma non dovrebbe essere neanche quello. Mangia anche se poco, beve molto meno e rompe i coglioni. C'è caso che questa abbia messo in piedi tutto 'sto cancan solo per cambiare mangime, come quando finge gli infortuni per non camminare più al guinzaglio, ma forse siamo sulla via della guarigione.
***
A lavoro mi hanno affidato un tecnico-junior da formare. Ognuno ha la sua tecnica, io gli dico "Seguimi in tutto quello che faccio, tienimi d'occhio e fai domande", poi dopo una settimana inizio a lasciargli un po' di autonomia e in un mese è abbastanza indipendente. Questo è, come dire, leggermente poco sveglio e ne sta combinando più di Carlo in Francia.
Già dopo due ore avevo capito che il ragazzo aveva talento. Aveva interpretato un po' troppo alla lettera il "Seguimi" e mancava poco che la facesse nel mio stesso vespasiano.
"Scusa, non..."
"Nono, non mi scappa"
"E allora che sei venuto a fare?"
"M'hai detto di seguirti..."
"Ah, allora occhei"
L'altro giorno gli dico: "Domattina vai a prendere i parametri, che io vado in sala-uniformi, ti preparo l'imbragatura e poi andiamo sulla linea" - spiegazione: la "sala dei parametri" è al lato opposto rispetto a quello della sala uniformi che sta a fianco della macchinetta dei badge.
"Ok"
"Tieni le chiavi. Ricordati che ufficialmente le chiavi le ho io e tu non puoi averle. Quindi senza andare in giro coll'incedere di Lupin, vedi di non farla proprio da allocco"
"Ok"
Secondo voi cos'è successo? Mattino dopo, preparo la mia imbragatura, preparo la sua e aspetto. Aspetto. Aspetto. Collegando poi una dinamo che trasferiva le madonne che mi uscivano dalla bocca ai piedi, nel tempo record di un minuto attraverso l'impianto e lo vedo là, bello come una famiglia che diventa marmellata in una galleria nei giorni dell'esodo agostano, davanti alla porta della sala che fa girare l'anello del portachiavi sul suo cazzo di dito indice, mentre l'universo mondo va a timbrare.
"Ah, eccoti, ti aspettavo"
Non ho avuto neanche la forza di rispondergli male: "Mattia, dimmi, da bravo, perché ti ho dato le chiavi se poi dovevamo entrarci insieme?"
"In effetti". Capite? In effetti...
Gli faccio preparare il verbale di fine turno sulla sicurezza dell'impianto. Sono tutti previdimati dalla direzione, giorno per giorno, all'inizio della settimana e poi affidati al tecnico del turno (il sottoscritto).
"Bene, allora chiudiamo questo...Mattia, il verbale?"
"Eh, non ce l'ho qui"
"Vabbé, vai a prenderlo dove l'hai lasciato. Dai, muoviti che manca dieci alle dieci"
"Eh, l'ho lasciato...a casa. L'ho portato a casa !"
Abbiamo finito il turno alle undici e ventotto e solo perché il viaggio di andata l'ha fatto con un calcio nel culo.
Però è anche un figo, nella pausa di metà turno odierna mi ha fissato con sguardo sognante e mi ha detto "Filippo, ma la bella lavanderina perché lavava i fazzoletti ai poveretti della città? Non era meglio dar loro da mangiare?". E io un po' gli voglio bene, anche perché dal suo superare o meno il test, dipende un bonus e il prosieguo del mio matrimonio.
***
A Sur di parchi decenti ce n'è uno, dove porto la Trudi. Per la gioia della Zorza e del suo "Dove c'è un neGro, c'è Filippo" in questi mesi ho fatto conoscenza con un senegalese, che parla italiano perché ha vissuto per anni in Italia. E' stato spontaneo, partendo da questa corrispondenza d'amorosi sensi relativi a pizza, mandolini e baffoni iniziare a parlare. Lui viene lì a rilassarsi sulle panchine, ce la contiamo su per 10-15 minuti e poi torniamo a casa. Una volta mi dice che non è sposato, una volta che si è sposato nel 2008 e ha un figlio, una volta mi dice che gli piace uscire, l'altra che preferisce stare a casa, una volta bianco e una volta nero, ma fondamentalmente sticazzi, no? Di lavoro fa il "vucumprà" all'ingrosso ma non ho ancora capito se i vestiti che vende sono falsi, fallati o rubati. Io lo sapevo che questo momento doveva arrivare. Settimana scorsa, dopo i miei ripetuti dinieghi "No, cazzo" - "T'ho detto di no" - "Aridaje, NO", mi ha messo in testa un cappellino. Glielo ridò, me lo rimette, glielo ridò, me lo rimette, glielo ridò, me lo rimette. Me lo rimette. Oggi, bellobello, mi dice che domenica (perché nel weekend non vado al parco) mi venderà un paio di jeans che costano "pocopoco". Per fortuna che questo scassacazzi non ha il mio numero di cellulare, non sa dove abito e finora l'ho incontrato solo lì. C'è anche da dire che non voglio "scappare" perché altrimenti il problema sarà solo rimandato e che, per altro verso, volevo comprare un capo d'abbigliamento per capire la natura dello stesso ma voglio essere io a decidere, non fargli capire che subisco le sue decisioni, altrimenti è finita e sarà uno stillicidio gonadico quotidiano. Ma santiddio, un attimo di tregua nella mia vita, no? No. Quasi finita una menata, ne inizia un'altra. #maiunagioia
Gliel'ho detto alla Zorza, che molto apprezza questa mia inclinazione per "negri, froci, giudei & co." e col garbo che vela agli altri e scopre a me mi ha detto: "Cazzi tuoi, ti sta bene, perché sei..." - "...in finale un cojone". E mi sa che c'ha ragione, c'ha.
Forse vi ricorderete di me per "A metà del 2004 nella nostra compagnia OnlyBragaPride fa ingresso una fanciulla, morosa di uno dei componenti. Quindici giorni dopo un altro decide di praticare quella oscura disciplina che prende il nome di fidanzamento. Sfortuna vuole con un'acerrima nemica della prima. Iniziano a sorgere mille veti per OGNI cosa. I due ommini, opportunamente aizzati, litigano tra di loro, si formano due fazioni e la compagnia va a catafascio. Inizia un periodo in cui pur di uscire accettavo aperitivi a Kandahar e sabati di shopping a Mbabane. Il periodo Fabbrutto, che alcuni già conoscono e che prima o poi spiegherò anche per gli altri."
Il momento è arrivato
Insomma, dopo la tragedia, al sabato sera uscivo con una compagnia di scoppiati. Per farvi capire il livello: in questa compagnia c'era anche una fanciulla, tale Rachele, che non era neanche tra le più scoppiate. Una sera stavamo andando in discoteca. Io guidavo, lei dietro di me (nono, non ero un taxi, c'era anche altra gente in auto). Arriviamo al casello, sto per pagare, il casellante mi guarda e mi fa: "Ma la tizia lì dietro è normale?" -"Eh? - "Cosa sta facendo?" - Mi giro, stava limonando il vetro. Non eravamo ancora arrivati in disco ed era già fuori come un balcone - "Eh, stiamo andando in discoteca" - "Certa gente non la trovi neanche in galera" mentre mi ridà, schifato, il resto. Poi fortunatamente trovai la morosa, la prima "vera" della mia vita, e mi tirai fuori da quella compagnia, con cui comunque passai dei momenti bellissimi, aldilà del fatto che quelli che la componevano ora sono in carcere (il casellante ci aveva visto bene) o al cimitero o al SerT.
Ma non era di questo che volevo scrivervi. Anzi, non scrivo proprio nulla, riporto quello che scrissi anni fa, in presa diretta, senza filtri, senza censure, come neanche Salvo Sottile.
***
Oggi alle 19 avevo un intervento in quel di Milano. Dovevamo solo prendere delle misure e ci abbiamo messo un attimo. Siccome la morosa - bei tempi - è a Londra - bellissimi tempi - con le amichette (dice lei) e non avevo mezza voglia di tornare a casa a farmi da magnare, propongo di farci un mega gelato (oggi ci voleva) -anni bui, in cui mi drogavo ancora di lattosio, caseine, grassi idrogenati e tante altre schifezze- in una delle pochissime gelaterie già aperte in quel di Grande Verza city.
Eravamo nel tavolino di fianco all'entrata a diretto contatto con la vetrata che dava sulla strada e io davo le spalle alla cassa. Una bimba passa dalla strada e mi scruta con sguardo investigativo, io non ci faccio nemmeno caso (noi donne siamo abituate) e continuo a parlare col mio schiavo rumeno. Ad un certo punto lui mi fa: "C'è una tipa che ti guarda, è lì alla cassa e ti starà fissando da 30 secondi". Io non faccio alcun collegamento (la forza dell'abitudine) e non mi giro anche per non fare la figura del fesso. La conversazione prosegue, se non che ad un certo punto: "Oh, si avvicina, si avvic...", non fa in tempo a finire la frase che sento due gomiti cingermi il collo, due mani sulle spalle e due labbra stamparmi un bacio sulla guancia. Con notevole aplomb, mi giro come se mi avessero appena scippato: "Ma chi cazz..."
Ci guardiamo. Ad un occhio estraneo gli sguardi potevano corrispondere, in realtà mentre il suo era affermativo, il mio era interronegativo.
"Ma...ma...ma...non mi riconosci?
"No"
"Sono la Stefy"
(cassetti della memoria, Cassetti Marco, scatoloni del magazzino..."La Stefy, ma chi è la Stefy?")
Inizio a pensare che questa, tra l'altro vestita in modo che un aborigeno al confronto è fashion-style, mi stia facendo una supercazzola, snasando il nome in qualche biglietto da visita sul furgone.
"Oh, porca troia, ma sei fulminato? Eh sì che dovrei essere io quella a cui è bruciato il cervello! La Stefy! Siamo usciti per sei mesi di fila - errore, quattro mesi, al massimo cinque. Io sono pignolo, ma non era il caso di sindacare - a ballare tutti i sabati! Vabbè, tu non ballavi, ma ci siamo capiti!"
Questa conosce tutta la mia vita ma io non so niente di lei, ma veramente non mi ricordo niente, zero, buio assoluto.
Lei si gira verso un essere che potremmo entusiasticamente definire vivente e scossa il crapone, poi mi guarda (ero vestito da lavoro) e mi fa: "Ma adesso cosa fai? Lo squatter?" (qui ammetto che mi sono alzato in piedi solo per potermi ribaltare)
"No, ecc..." (le racconto la mia vita. Lei mi interrompeva, dimostrando di conoscermi - col senno di adesso mi sta risalendo l'ansia di quei momenti)
Alla fine a forza di dai e dai qualcosa inizio a ricordarmi. Sto per avviarmi verso l'uscio quando le chiedo: "Scusa, giusto per curiosità, chi è quello?" (indicando l'essere di cui sopra che dall'inizio della nostra conversazione continuava a fare: tuz, ta, tuz, tuz, ta, tuz, ta, tuz, tuz, ta, scossando le braccia)
"Lui è Fabbrutto"
Il sonno della ragione cessa, mi ritorna in mente tutto. Nella compagnia tra tutti gli altri scoppiati c'era anche questo mitico Fabrizio detto Fabbrutto, non certo per le scadenti peculiarità estetiche. La conversazione prosegue, ricordando i tempi mitici (mitici per lei) in cui lei si sparava 4 paste a sera (...), in cui altri sboccavano addosso ai buttafuori (...) e altre amenità, di cui nel frattempo tutta la gelateria viene a conoscenza. Alla fine, quando ormai il mio schiavo rumeno non ne può più di questi due, la saluto e le chiedo, occhieggiando Fabbrutto (che nel frattempo continuava il suo concerto personalissimo): "Ma...è in cartone?" (il cartone, per i non avvezzi al milanese-tossico, sarebbe l'LSD). Fabbrutto alla parola cartone si risveglia: "Eh, hai un cartone?" Io guardo, pietoso, lei: "No, Fabri..." Fabbrutto: "Vuoi un cartone? Oh tipo, vuoi un cartone?"
"Va beene, ciao!"
***
Mi rendo conto di essere un sopravvissuto. Dovrò discutere con la Zorza su cosa fare dei nostri figli maschi (per le femmine abbiamo già deciso: menarca farà rima con monastero): porterò avanti la mozione "Accademia Militare" allo scoccare dei quattordici anni. C'ho già l'ansia adesso, cazzo.
Dieci anni fa, in un periodo in cui il buonsenso viaggiava a vele spiegate, feci il famigerato coma etilico, di cui devo avervi già accennato. C'è chi diventa grande "sedendosi attorno ad un tavolo per intraprendere un cammino di riforme condivise all'interno del quadro disegnato dalla UE perché la realtà è che ci vuole più, e non meno, Europa e chi dice il contrario è un irresponsabile" e chi ha bisogno di un fatto a suo modo tragico. Ne parlo sdrammatizzando ma, ovviamente, non è che ne vada particolarmente fiero. Diciamo che è successo, mi è servito e va bene così. Sta di fatto che quando si fanno queste puttanate, specialmente se non hai ancora compiuto 17 anni, gli strascichi fisici possono essere pesanti, anche nel tempo. Quindi per otto, e dicasi otto, anni dovetti frequentare periodicamente una gastroenterologa. Esami del sangue, risonanze magnetiche e quattro visite all'anno (marzo, giugno, settembre, dicembre) per i primi tre, due (giugno e dicembre) per gli altri tre ed infine una a giugno negli ultimi due.
La prima volta che fui visitato, mentre attendevo il mio turno in sala d'aspetto quelli che già la conoscevano ne parlavano con lo stesso tono con cui gli internati di Mauthausen parlavano di Ziereis. Tra senso di colpa, terrore della dottoressa e odio per i medici stavo tra due guanciali.
Seduta dietro la bianca scrivania una cinquantenne, capello corto, occhiali da miope. Zero retropensieri su MILF o robe del genere. Non mi sconfiferano ora, figuriamoci allora. Mi fa sedere, probabilmente per evitare che svenissi, con un cenno della mano. Non parlava, interrogava. Io però a queste arpie non so perché sono sempre risultato simpatico. Forse perché come diceva il caro Silvio (sì, proprio lui, il nostro Papi) quando parlava ai suoi venditori: "Dovete essere affabili e calorosi con tutti, ma soprattutto con quelli più stronzi, perché uno stronzo è sempre consapevole di esserlo. Se lo tratti bene, è tuo". Quindi, sempre dandoci del lei, ogni tanto c'era la frecciatina o la battuta al vetriolo. Diciamo che era come se tra noi due ci fosse la rete delle reverenza, con da una parte uno che palleggiava come una cinna di sei anni al primo allenamento di pallavolo e dall'altra una che rispondeva come Djokovic. Tutto questo per otto anni.
Ultima visita
"Va bene, la saluto. Ci siamo conosciuti otto anni fa. E non faccia battute su quanto ero più bella, che ci pensa già mio figlio, che è un lazzarone come lei"
"Non mi permetterei mai"
"E da oggi, fortunatamente, non la rivedrò più"
"Ma come fortunatamente? Io per lei ho buttato il sangue. Ma proprio letteralmente, me ne avran cavati 3 litri in 8 anni. E adesso lei mi dice "fortunatamente"?"
"Ma si scherzava"
"Ma io poi m'intristisco. Si ricordi che dietro questa barba c'è sempre un orsacchiottone"
"E qui allora evito io di fare battute"
Raduna le carte, le squadra battendole sul tavolo, sta per consegnarmele...
"Signor Poletti, non è di mia competenza, ma lei usa sostanze?"
"In che senso?"
"Hashish, marijuana et similia"
"Mah, qualche volta"
"Quantifichiamo"
"Ogni tanto, a casa di amici"
Riguarda gli esami, scorrendo col dito
"Signor Poletti, dalle carte risulta che lei ha uno spiccato senso dell'amicizia. Me ne compiaccio"
Tra un digiuno e un'astinenza (ieri sera è partita pure la Zorza, allegria), la vita scorre. Qui, in questo ridotto sassoso, sabbioso e desertico "dove la gente si spazza i piedi colle mani" (babbo di Abdi cit, personalmente non ancora verificata) ho conosciuto qualche altro esemplare dello zoo che compone l'umanità. Il mio superiore in grado è un ingegnere che ad ogni passo rilascia freddure che non fanno ridere. Ve ne elenco qualcuna perché è giusto che anche voi proviate la piacevole sensazione di appartenere alla stessa specie.
Ore 21.30, tutto gira come un orologio, mezzora alla fine del turno, si chiacchiera, buttando di tanto in tanto un'occhiata ai parametri.
"Nel tempo libero mi diletto a poetare"
"Bene"
"Ogni tanto vinco anche qualche concorso di poesia"
"Beh, allora è famoso"
Il battutista mediocre lo si distingue dal fenomeno proprio in queste cose. Il primo ha un copione, il secondo sa improvvisare. L'ingegnere appartiene a questa seconda categoria.
"In generale, dici?"
(pensiero: "Ma che minchia di domanda è?") "Sì"
"Lo sono soprattutto in questo momento?"
"Famoso?"
"Sì, nel senso che sono le 21.30 e ho fame"
Pensate che sia finita?
"Ho provato anche a farmele musicare, ma non trovo nessuno di mio gradimento"
"Beh, ma canzone e poesia si assomigliano ma non sono proprio la stessa cosa"
"Secondo me potrebbero funzionare anche come canzoni"
"Ah, ok"
"E sapere che io suonavo al Conservatorio"
"Complimenti!"
"Ma non mi aprivano mai"
Questi sono i momenti in cui mi scopro fan di Massimo Ranieri e per la precisione "e avere voglia di morire, lasciami gridare, rinnegare il cielo, prendere a sassate tutti i sogni ancora in volo, li farò cadere ad uno ad uno"
Quando poi gli ho detto da dove vengo (e mentre scrivo da dove vengo mi stupisco che non mi abbia ancora fatto la gag "dal cottolengo") e cioè "ah, sì conosco: vicino ad Erba" è stata la mia fine. Ora, tutte le battute su Erba erano già vecchie il giorno prima che l'uomo inventò la ruota e io abito a 10 km da Erba. Vuoi che non le abbia già sentite tutte, comprese quelle sui vicini di Erba?
"Sai dove sta Erba? - "In provincia di Como" - "No, nel prato". Le matte, mattissime risate proprio.
La prima volta che l'ho sentita il Muro di Berlino stava ancora bello gagliardo.
"In stazione - "Signora, questo treno va ad Erba?" - "No, è elettrico".
Me ne fotto di WWF, Greenpeace e compagnia io tifo guasto, fuoriuscita di gas, catastrofe ecologica per non dover sentire queste perle. Alle quali ogni tanto non riesco manco a fare la risata di circostanza e per cui lui mi chiede sconsolato "Questa non faceva ridere, vero?". Non l'ho ancora ammazzato solo perché come suoneria del cellulare ha "London Calling".
Con la Vale dopo due scazzi belli pesi (uno per motivi di lavoro, l'altro perché ascoltavo le cuffiette ad un volume troppo alto, vabbé) siamo ritornati in grande sintonia. Ora, io non è che sia un grande imitatore di personaggi famosi. Mi vengono bene Celentano (che, vabbé, viene bene a chiunque), Scalfaro (son sempre quelle due o tre frasette) ma Malgioglio lo faccio veramente bene. E a lei fa impazzire. E' chiaro che il grande CriCri rende al meglio quando puoi fare delle avances ad un altro uomo. In amministrazione ce n'è uno che sembra uscito da un'azienda che produce nerd, ma di quelli belli convinti, tipo Silvano di Camera Café. Ormai quando ci vede insieme cambia strada. "Giao, sono Grishdiano. Gabrielo, che bel pieto, che bella shcarpa, ti fa proprio la gamba shlanciada".
Giovedì scorso Ella mi chiama al lavoro: "C'è lì la Vale?" - "Yesss" - "Passamela" - "La Giorgia...uhm...ti vuole" - "Ciao Vale, Fily mi parla sempre di te..." - "...anche a me di te" - "Sìsì" - con l'indifferenza della donna che non deve chiedere mai - "so che sei sola qui e in 'sto periodo manco si può uscire. Vuoi venire a casa nostra a mangiare domani sera?" - così, senza avermi detto una sega, tanto per far vedere chi comanda. C'era il piccolo particolare che io al venerdì ho lo skypata coi miei, che mi parlano separatamente, perché altrimenti al secondo 7 è già guerra aperta (tra loro). Prima parla mio babbo, così gliel'ho fatto conoscere "Ma chi è, la nuova morosa, ma sei scemo?" - "No, una collega" - "Uhm, ma la Giorgia dov'è?" - "Paolo so' qua, che te credevi, che me tradiva?".
Finisce e arriva mia mamma. La Vale viene fatta sparire dallo schermo onde evitare milioni di parole di spiegazione. La vedo che ride (mammà). Sento un trambusto incredibile, antine che si aprono, carrelli che scorrono, stoviglie che sbatacchiano. E lei ride. Mia mamma che ride è un avvenimento tipo...ma no, neanche la cometa di Halley...ecco sì, la nascita della Terra. E continua a ridere.
Ad un certo punto un urlo squarcia il cielo: "Elena, dove cazzo è la MIA tavoletta di cioccolato?" - "E che ne so io?". Mio babbo, che ormai è più vicino ai 60 che ai 50 ma rimane sempre una cartola da paura, si sta preparando alla consueta settimana di rafting in Val di Sole e quindi è in dieta. Però al venerdì sera, cascasse il mondo, azzanna mezza tavoletta di cioccolato al latte.
"Elena, te lo ripeto ancora una volta: dove cazzo è la MIA tavoletta di cioccolato?"
"Che ne so io?"
"Certo, !"$%/%$£&/(%$|"!"£$%&/())=?^?=)(%£", ne mangio mezza tavoletta a settimana, siamo in casa in due, se non l'ho mangiata io, chi deve averla mangiata? Stocazzo?"
"Non io"
"L'avra mangiata stocazzo" - frase ripetuta all'incirca 777 volte a 777 decibel, con la Vale che da dietro lo schermo mi diceva: "Vorrei che questo momento non finisse mai".
La serata si conclude con Ella che le dice: "Sa fare bene anche l'arrotino" e il qui presente costretto per ore a ripetere: "Donne, donne, è arrivato l'arrotino..." e tutto l'annuncio pubblicitario. Quando ormai avevo un edema alle corde vocali, la accompagnamo alla porta, la Zorza la chiude, mi guarda e mi dice: "Che figa, adesso capisco perché me ne parlavi così"
Questo post l'avrei già scritto ieri, solo che al momento di pubblicarlo, Blogger, che deve morire, ha deciso di farsi i cazzi suoi. Ora dovrei aver capito il problema e lo riscrivo. Adesso cerco di restare zen, molto zen, ma se Blogger del cazzo mi rifà lo scherzetto io mi trasformo in Zen, inteso come quartiere di Palermo. Ok, Bloggermerdodellamerda? Ok. Quindi mi metto in modalità Fabio Volo e mi accingo a riscrivere per un'altra volta la stessa cosa.
Il giorno successivo a quello a cui ho comunicato ad Abdi che mi sarei trasferito, il simpatico omino m'ha invitato a casa sua per una sorta di festa d'addio e per conoscere la sua famiglia. Non è che questo evento mondano fosse in cima alla mia lista dei desideri ma nel costume locale è preferibile assistere alla propria morte anziché vedersi rifiutare un invito, quindi accetto e anche Ella, che anche per questo è una gran Donna, non fa un plissé quando glielo comunico. I giorni scorrono allegri e oserei dire ribaldi fino a mercoledì scorso, quando con candore tutto occidentale gli chiedo ragguagli per la serata successiva.
"Alle 21 a casa mia"
"Ehm, Abdi, qui finiamo alle 22"
"Non preoccuparti, TI HO già preso due ore di permesso"
Silenzio, palla di fieno, altalena senza cinno a bordo
"Are you joking? Are you kidding me? Are you SCHERZING?"
Il fanciullo aveva falsificato la mia firma sul modulo di richiesta dei permessi e mi stava facendo passare il tutto come un'enorme cortesia. Lo dovevate vedere: quel sorriso non lo vedevo da quando i miei cuginINI mi portavano a casa i disegni dall'asilo come se mi donassero monili di diamanti. Era proprio la gioia ingenua di avermi fatto un enorme regalo, di avermi tolto un'incombenza, mancava poco che si auto-appuntasse il Collare d'Oro del Sultano sul petto. The thin line between sbadilarlo di piatto sulla nuca e abbracciarlo fortissimo.
Alle 21 della sera successiva arriviamo a casa sua. Una piccola casetta, minimal, una roba da nulla. La dependance è grande come casa dei miei. Il giardino se la batte con l'Umbria come estensione. E' uno di quei posti in cui capisci la tua finitezza di essere mortale. In realtà veniamo rapidamente messi a nostro agio e iniziamo le parche libagioni. S'inizia con un' insalata mista. Io sono una delle due o tre persone al mondo che schifa l'insalata ma se vedersi rifiutare un invito è peggio che assistere alla propria morte, vedersi rifiutare un piatto è peggio che vedersi scavallare l'auto. Quindi le scelte si riducevano ad una: mangiare quella cazzo di insalata. Poi fortunatamente arrivano le/i muqabbilat, che sarebbero i nostri antipasti. Antipasto però non è come qui da noi "Al nonno solo una fettina di salame, che c'ha il colesterolo" (alto o basso chi se ne frega. Come può un HDL o un LDL arginare una massaia il giorno di Natale?). No, qui si mangia come se non ci fosse non solo un domani ma neanche una prospettiva di mezzora. Cosa ho mangiato non me lo ricordo neanche io, nel senso che ci saranno stati tre metri quadrati di piattini da cui chi voleva, pescava. Io però non volevo, dovevo! e quindi, in quanto ospite, venivo incoraggiato a mangiare con metodi come quelli che usano per le oche del fois gras. Ingredienti: pomodoro, cipolle, erbe varie, olive, sottaceti, noci, aglio, prezzemolo, peperoncino, fave, yogurt, cetrioli, menta, olio, peperoni, noci, bulgur, riso, carote, spezie varie, ceci, melanzane, aceto, polpo, cozze. Dopo questo leggero antipasto, si passa alla ciccia vera. C'era una griglia che ci voleva la concessione edilizia per usarla e lo scooter per girarla tutta. Visto che il porco è haraam (proibito), c'era un piccolo gregge di pecore e agnelli su quel minuscolo barbecue casalingo. Mentre ero sempre invitato a mangiare (sai mai che me ne dimenticassi), ad un certo punto, l'anfitrione, ossia il babbo di Abdi, fa entrare "Florentine-Style Steak - The Authentic Italian Beef". Proprio come se fosse un ospite d'onore. Il dramma: non avevo capito che era tutta per me. Alla fine con abile lavoro diplomatico faccio capire che io, col mio fisico da internato, ho una certa capienza gastrica oltre la quale poi esplodo come un kamikaze involontario. E voi non volete il terrorismo integralista nel Sultanato, vero? Ne abbiamo parlato poco fa di quanto di quanto sia liberal il kharigismo. Ed è trionfo. Il chilazzo di fiorenza viene diviso in cinque parti. La parte degli stuzzichi e dolci (datteri, marmellata di fichi, halva and so on) invece mi ha visto sfoderare la tecnica anti-rompicazzi cittadini ("già preso" - "prendo dopo"), altrimenti a quest'ora vi scrivevo dall'obitorio.
Per quanto riguarda i commensali, c'è poco da fare: uno degli aspetti su cui si valuta e si misura un uomo nella società araba è quello che pensano i suoi ospiti di lui. Per quel che ci riguarda, ci hanno fatti sentire da subito a nostro agio, ci siamo divertiti entrambi e, parlando tutti tra il bene e il benissimo l'inglese (la capra di famiglia è Abdi), abbiamo potuto conversare tranquillamente. Senonché, ad un certo punto si consuma il dramma: "Filippo, come mai lei ha la fede e tu no?"
Primo: in teoria persone senza vincoli di parentela non possono vivere nella stessa casa (in teoria e basta però, almeno nella capitale). Secondo: durante i primi giorni di conoscenza, Abdi continuava a spaccarmi le gonadi chiedendomi se ero sposato per portarmi a donnine. Oh, ma sempre, ogni giorno. Io gli avevo detto che "non sono sposato ma è come se lo fossi" ma lui non se ne dava per inteso (nel senso che proprio non capiva la sottigliezza), quindi una volta, tenendo insieme primo e secondo punto, gli dissi "sì, non te l'avevo mai detto prima perché sono timido". Quel giorno finirono le sue proposte. Un riposo lungo mesi e un risveglio brusco. La fede in realtà è l'anello di fidanzamento che io, vecchio arnese della reazione, residuato dell'Ottocento, eccetera, le ho regalato quando le ho chiesto di sposarmi. Su quella domanda è iniziato il cabaret, il teatro, la commedia degli equivoci. Ad un certo punto Ella, che sedeva al tavolo delle donne, mi uozzappa: "Daje Fili', 'n artro po' de balle, nun mollà, che tra 'n po' ce sta pure 'r mutawa", ossia il poliziotto religioso, che qui in realtà non esiste, ma nel mondo islamico è molto diffuso.
Dopo un venerdì passato tra tornei, preparazione pacchi, pacchetti e pacchini e ultima uscita nella Las Vegas del Golfo, al sabato mattina ci svegliamo alle 5 per evitare di aggiungere al dramma del trasloco anche quello del caldo (non so se ve ne ho mai parlato delle temperature miti di questo periodo). Faccio colazione (tè verde, cinque mandorle, tre pugne secche per chi fosse interessato), apro la porta dell'appartamento per andare in garage. Davanti a me un pakistano che mi chiedo se io sono io. Mi guardo bene: sono io. "Siete venuti a prendermi?" mentre cerco con lo sguardo il Giuda traditore. In realtà il babbo di Abdi, con cui avevo parlato di questo trasloco due sere prima, mi aveva mandato una ditta per darmi una mano. Mi veniva da piangere. Carichiamo sul camion un po' di roba, compresi mobili da montare (la fottuta Ikea è arrivata anche qua) e partiamo tutti e quattro (Trudi compresa, perché se la lascio dodici ore da sola mi tira giù il compound a forza di guaiti, pianti e lamenti) alla volta di Sur. Dio, Allah, o chi per essi benedica l'italiano che abbiamo incontrato nel giretto della città post-firma del contratto, quando l'altra settimana siamo scesi a scegliere casa, che ci aveva detto: "Io vi suggerisco di mettere dentro qualcosa il più presto possibile perché, contratto o meno, questi se trovano altro nel frattempo, la affittano a lui". E infatti il padrone di casa era davanti alla porta ad aspettare altra gente e non ha fatto una piega alle nostre """critiche""" stupite.
La Zorza pulisce casa, io e il paki scarichiamo e montiamo, la Trudi inizia a rompere i coglioni a tutti gli esseri viventi del vicinato. Sfiniti, alle 16 ci rimettiamo sul camion. Col paki avevo esaurito gli argomenti di conversazione all'andata, precisamente quando m'ha detto che "Il cricket è uno sport accattivante (charming)", quindi parlavo con la Zorza.
[...]
Lei: "Comunque è inutile star qui a rimuginare. Acqua salata non macina più"
Io: "Vero, vero. Passata comunque, non salata"
"No, eh. Salata"
"Passata"
"Guarda che...si dice così perché il sale c'è quello grosso e quello fino. E da quello macinato fino non si può tornare indietro. Non lo si può far ritornare sale grosso"
"No, si dice acqua passata perché una volta che l'acqua entra nella ruota del mulino, poi esce di nuovo e non serve più a macinare"
"Guarda che...io so come funzionano le saline, i miei nonni materni sono di Paceco"
"Col massimo rispetto per le autorità civili, religiose e militari, ma chi se ne incula?"
"Guarda che...a Paceco ci sono le saline più grandi d'Italia, probabilmente dell'Europa, forse del mondo"
"Mille...numeri che fanno girare la testa", imitando l'Ingegner Cane
"Mavvaffanculo"
"Pacheco comunque giocava nell'Inter, cioè giocava...lui di mestiere faceva l'amico di Recoba..."
"Piantala di dire cazzate e ascoltami"
"...altri tempi, tempi eroici, quando Moratti li buttava veramente dalla finestra"
"Ma mi ascolti o no?"
"Meglio di no, altrimenti ti metto la testa sul finestrino e faccio su e giù con l'alzacristalli fino a che non te la stacco"
"Guarda che..."
"Avanti, avanti con questi guarda che...l'unico guarda che...sarebbe guarda che...da un certo punto di vista è meglio che queste perle le tiri fuori con me, perché se le vai a dire in giro ti fanno un TSO alle scuole differenziali, altro che laurea"
"Guarda che...a Paceco c'è anche una riserva naturale del sale"
"Abbeh, se c'è la riserva naturale allora dormiamo proprio tra due guanciali. Siamo partiti da un mulino merdo e siamo arrivati alla riserva naturale dell'amico di Recoba. Sto andando ai matti, te lo dico, sto andando ai matti"
"Ah, tu ti stai incazzando? Guarda, Filippo, non urlo perché c'è qui lui, quando andiamo a casa, poi vediamo".
Porta di casa, notebook (c'era il mio già acceso ma ha preferito accendere il suo: sai mai che complottasse anche il computer) e, incredibilmente..."Acqua passata non macina più"
"Io quando andavo alle superiori al pomeriggio studiavo, non andavo in giro per i bar e i circoli a imparare proverbi". Ho chiesto scusa e mi sono molto rammaricato per le inadempienze della mia giovinezza.
L'altro giorno, tramite amicizie comuni, scopro che il mio compagno di banco (in realtà non è mai stato mio compagno di banco, perché per evitare di essere divisi alla terza ora del primo giorno non ci siamo mai messi in banco insieme, ma sempre viscini viscini) delle superiori si sposa anche lui a settembre. La mia scuola era il classico istituto solo braga: ci saranno state una decina di fanciulle su un migliaio di studenti, mai nessuna in classe mia. Le classi erano in media da 22-23 alunni (ma nelle prime si grattava comodamente la trentina), la mancanza della gambetta nel secondo cromosoma faceva in modo che l'autocontrollo e il controllo sociale fosse azzerato e l'ignoranza spinta ai massimi. I professori, ma sarebbe meglio dire i domatori, erano tutti abbastanza rigidi sotto l'aspetto disciplinare, perché un minimo cedimento avrebbe comportato l'anarchia totale. Le sospensioni commutate in lavori utili (pulizia spazi esterni, imbiancature and so on) fioccavano come neve in Alaska nel gennaio 1925 (e se non avete mai visto Balto siete delle persone orribili), il cortile della scuola era praticamente un giardino giapponese, i muri venivano imbiancati una volta ogni due settimane ma nonostante questo sembrava comunque più un riformatorio che un istituto scolastico. Piccola digressione: può sembrare la volpe coll'uva ma a me la forma-scuola è sempre rimasta odiosa, per mille
motivi, ad iniziare dal leccaculismo, perché ci vuole stile anche nel fare quello, e per cui ho cercato di barcamenarmi per arrivare alla
fine, nessun altro scopo. (Quasi) tutto quello che ho imparato, l'ho imparato fuori da lì. (Quasi) tutto quello che non ho imparato, l'ho imparato dentro lì. Fine della digressione. Con questo, che si chiama Matteo, non ci sentiamo da qualche anno ma lui è una di quelle persone che, se
non fossi abbastanza soddisfatto di come sono, vorrei essere. Se iniziassi a descriverlo mi servirebbe un altro blog, allora la taglio corta: era un bandito ma un bandito onesto in un mondo (di merda) in cui gli onesti sono dei banditi. Qui però finisce il libro Cuore, perché ogni volta che ripenso a quello che ho fatto con lui mi viene solo da piangere dal ridere e avantieri sera mentre raccontavo ad un amico qualcuna delle perle che abbiamo confezionato ho ripetuto l'esperienza. E adesso che mi accingo a scriverne qualche altro continuo a farlo.
1 - Nella mia scuola c'era l'usanza di mandare le lettere per gli alunni aventi rendimento deficitario. Io e lui la lettera la prendevamo a novembre e febbraio. Era un appuntamento fisso. In USA hanno i tre balli, noi avevamo le lettere. Poi solitamente iniziavamo a comprare i libri e, verso aprile-maggio, a studiare. La lettera comportava colloquio genitori con figli versus professori. Mia mamma non l'ha mai saputo perché altrimenti non sarei ora a scrivere sul blog. La lettera la firmava mio babbo e ai colloqui ci veniva lui. I professori erano in un'aula modello plotone d'esecuzione, entrava la coppia genitore-pargolo e partivano le raffiche. Ma non è questo di cui voglio parlare. Al primo colloquio lui non c'era perché era ammalato, quindi c'era solo sua mamma. Siamo in corridoio ad aspettare il nostro turno quando mi chiede: "Il mio Matteo com'è?" - "Ah, guardi..." e glielo descrivo come il peggior alunno della Terra, concludendo l'arringa con "e sta trascinando a picco anche a me, che sono sempre stato diligente e giudizioso". Mio babbo, sempre grandissimo califfo, approvava, scossando ampiamente la testa dall'alto in basso. Quando ritornò a scuola, qualche giorno dopo: "Ma tu, a mia mamma, cosa cazzo sei andato a raccontarle? E' tornata a casa talmente incazzata che m'ha levato tutto e mi ha pure detto di lasciar stare quel povero Filippo"
2 - Avevamo contrattato coi prof che, per evitare per quanto possibile le "preferenze" o le "prese di punta", gli interrogati fossero scelti solo dalla fortuna. Quindi sacca coi bussolotti e via di estrazione. In mancanza della sacca, tenuta dal capoclasse, apertura della pagina del libro e somma delle cifre. Di cognome fa D ed era il quarto del registro, quindi col primo metodo aveva possibilità pari agli altri di essere chiamato, col secondo molto meno. Incredibilmente quel giorno non aveva studiato. "S se dovesse interrogare dille che non hai la sacca e non rompere i coglioni che tanto ti hanno già interrogato".
"Dunque, oggi...interroghiamo" - "Nooooooo" - "Dai, S dammi la sacca" - "L'ho dimenticata!" - "Bravo! Vabbuò, apriamo la pagina del libro" - Silenzio - "211, 2+1+1, quattro!". La bestemmia segui una traiettoria arcuata e si stampò proprio poco sotto il Cristo in croce. La prof era consacrata laica del Regnum Christi, un movimento che fa sembrare l'Opus Dei una congregazione che strizza un po' troppo l'occhio al progressismo. La prese bene, mancava poco che chiedesse l'espulsione di Matteo da tutte le scuole del Regno (di Cristo, ovviamente).
3 - Questa è pesa e fa di me una bruttissima persona. Nell'altra quarta il babbo di uno decise di chiudere la sua esperienza terrena sparandosi in bocca col fucile da caccia. Noi, col nostro coordinatore di classe (prof di Disegno tecnico), decidemmo di mandare un telegramma di condoglianze. Il babbo di Matteo lavora in Posta e quindi fece tutto lui. Io quel giorno ero a casa sua a "studiare". Arriva suo babbo e gli lascia lì la ricevuta del telegramma da consegnare al prof. Lo leggiamo e ci s'illuminano gli occhi. Nel medesimo istante avevamo pensato la medesima mascalzonata. Prendiamo la ricevuta, la ricopiamo al PC ma nel testo del messaggio anziché "Condoglianze" scriviamo "Felicitazioni". Al mattino successivo la consegnamo al coordinatore. "Felicitazioni" e in calce, come primo firmatario, il suo nome. In quell'istante, con abilità camaleontica, diventò color del muro che gli stava dietro. Lui però la prese bene e ci disse solo che "queste cose non si fanno".
4 - Durante una delle tante bigiate (alias: marinare la scuola) andammo
in un sex shop (non ci entro più da quei tempi, quanta purezza d'animo
in un sol fanciullo. E sapere che qui ne avrei tutte le possibilità) e
onde evitare di essere rimbalzati dal proprietario che ormai ci
conosceva gli dicemmo: "No, no, questa volta compriamo". E comprammo la
versione ultra low cost dei due attrezzi. Avevamo in mente di fare
qualcosa ma non ci veniva in mente cosa. Io avevo la femmina e lui il
maschio. Ricordo ancora la meravigliosa discussione
Lui "Sì, però dobbiamo deciderci, perché io ce l'ho continuamente in cartella e non mi pare il caso"
Io "Vabbé, lascialo a casa nel frattempo"
"Certo,
poi mia mamma una mattina apre un cassetto, ci trova dentro un cazzo di
gomma, non ho manco la morosa, in casa mia non entra una donna dal
1985, cosa gli racconto?"
Io rido adesso come rido allora e sempre lui va avanti
"Se poi le dico: "E' per fare uno scherzo ma non so ancora quale"..."
E io continuo a ridere adesso come allora
"A
quel punto è meglio che le dica che sono frocio, perché più idiota di
uno che spende 20 euro per comprare un cazzo di gomma per niente...gli
dò meno dispiaceri, almeno"
Poi gli attrezzi trovammo il modo di
usarli, applicandoli alle due finestre scorrevoli dell'aula. Durante le
ore di supplenza con una cerchia selezionata di prof (in particolare
quello che ci diceva: "Ragazzi, fate quello che volete, basta che non vi picchiate") erano grandi amplessi. Ecco, su questa specifica
cosa a pensarci adesso mi chiedo come potessi allora divertirmi tanto a
fare 'sta boiata, però giuro, ridevo talmente forte che mi facevano male
quelle due ghiandolone che ci sono nella parte superiore del collo. Il
divertimento durò per mesi, fino a quando...ehm, schiarimento della
voce, le finestre dell'aula davano sul cavedio interno dell'istituto e
dall'altra parte faceva lezione lei, la Regnum Christi. Arrivò in
classe: "Da lui me lo sarei aspettato, ma da te, Poletti, proprio no". Dovetti
tirar fuori l'intera genealogia ecclesiastica, andare in ginocchio fino
alla Madonna del Ghisallo e dire che Guglielmo da Baskerville era un
infamone per farmi perdonare.
5 - Roma, gita, canne. Ore 3.30, rientro in hotel
Io: "Oh, nel frigobar è finita la vodka"(non azzardate strane illazioni, era evaporata)
Lui: "E' finita la vodka?"
"Eh cazzo, sì!"
"Oh, va che qui il bar dell'albergo è chiuso!"
"Che cazzo facciamo?" (col tono del viandante nel deserto quando non trova un'oasi che sia una)
"Ci sarà un cinese aperto, no?"
"Eccazzo, sì"
"In corridoio non possiamo passare, usciamo dalla finestra, tanto siamo al piano rialzato, sarà un metro, un metro e mezzo, due metri, toh"
A parte che i metri erano almeno tre, il piano era rialzato, ma dall'altra parte c'era un gommista, erano le pile di pneumatici quelle che noi, assolutamente in grado d'intendere e volere, avevamo scambiato per il piano. Poi c'era un cane. Il classico cane da gommista, con alle spalle una vita tra carceri, ospedali psichiatrico-giudiziari e SerT. Il cane, intendo. Il gommista probabilmente apparteneva alla Banda della Magliana che poi l'aveva espulso perché troppo violento ed efferato nei suoi crimini. Che poi...definirlo cane era riduttivo, era una macchina di morte, un abbaio di quel colosso a Roma provocava un uragano nel Wisconsin. Mai visto un essere umano camminare così velocemente in verticale.
6 - Il nostro edificio scolastico in quegli anni era diviso a metà colle
ultime due classi del liceo classico. L'ultimo anno noi eravamo, con
tutte le quinte, all'ultimo piano, adiacenti all'analoga classe del loro
istituto e nel corridoio c'era una paratia mobile per dividere le due
scuole. La leggenda narrava che, essendo il liceo classico stracolmo di
fanciulle, l'anno precedente nei bagni c'erano così tanti ormoni che i
lavandini potevano galleggiare a mezz'aria, sostenuti dagli anzidetti
messaggeri chimici. Odio reciproco: troppo grezzi da una parte, troppo elitari dall'altra. I nostri rappresentanti di Istituto avevano concertato col
preside questo: "Non si occupa a dicembre e non si fa autogestione a
marzo. L'aulica voce della reazione risuonerà sempre alta e forte tra
queste mura. In cambio vi chiediamo che la rigida disciplina che vige
sia allentata due volte: il giorno prima delle vacanze di Natale e la
settimana prima delle vacanze estive. In quei giorni deve essere
permesso tutto quello che non rientra nei reati di mafia e terrorismo". 21 o 22 dicembre: i
prof praticamente firmavano il registro e poi andavano in aula
professori, non c'era frizzi, lazzi, sdazzi e (don) mazzi che tenessero. Quel giorno si mangiava, giocava e beveva in classe. Soprattutto si
beveva. Si beveva in modo talmente copioso che le bottiglie non
arrivarono alle 10.30. E la scuola finiva alle 13.30. Dopo mezzora di
astinenza...ragazzi miei, convulsioni, delirium tremens e allucinazioni iniziavano a destare allarme sociale. Scoprimmo però che quelli del liceo classico
ci avevano copiato l'abitudine, solo che loro anziché un giorno intero, avevano libere solo le ultime due ore. Le cinque bottiglie erano sul davanzale della finestra. Il cornicione però non ci sembrava il caso. Va bene che muore giovane chi è caro agli dei, ma che fossero altri a confermare il detto. Andiamo in officina, prendiamo una barra sezione tonda da 2 metri in alluminio. Notare che per andare dall'officina alla nostra classe bisognava passare davanti all'aula professori, che ci videro passare con un bagaglio di 2 metri e non ci dissero "beo". Questo per farvi capire il clima che regnava. Nel frattempo tutti gli studenti dell'istituto ci vedono andare in giro con quello e ci chiedono cosa cazzo stessimo facendo. Glielo spieghiamo, non sapendo cosa succederà di lì a poco. Io governo la barra, che mi viene stabilizzata da altri. Lui va in cortile. Duemila occhi puntati sul cavedio interno, tutti in rigoroso silenzio. Una alla volta la barra dà un colpetto alle bottiglie quel tanto che basta per farle cadere. Una purtroppo si rompe. All'ultima bottiglia sbaglio a calibrare il raggio di sterzata della barra e tocco la finestra. Ovviamente accorrono. La aprono. Ricordo solo che dissi: "Oh, oh" - "Corri giù, corri giù, fermalo, corri giù" una voce dall'altra aula. A quel punto Matteo parte diretto verso la porta del nostro istituto. Ci saranno stati ottanta metri. Ormai si era allo stadio, con l'intero istituto a tifare: "Vai Matteeeo". Purtroppo questa non è una favola. Matteo venne fermato e dovette lasciarne giù tre. Violini. Sipario. Il più grande fallimento della mia vita.
7 - Eravamo intruppatissimi coll'hardcore melodico californiano (Bad Religion, NOFX, Lagwagon, Pennywise, The Offspring per citare i più famosi) ma soprattutto californiano-wannabe, anche perché conoscevamo di persona vari (componenti di) gruppi. Tra le varie cerimonie della fine dell'anno c'era il saluto che il preside faceva classe per classe. Iniziava dalla prima A e finiva con la quinta I. Noi eravamo la quarta D. Vi lascio immaginare in che condizioni arrivasse il preside e in che condizioni fossimo noi, dopo quelle mattine in cui c'era il 2% di sangue nel nostro alcol. Arriva in classe e parte: Cari studenti, le vacanze sono arrivate.
E fu la sua fine perché io e lui iniziammo a canticchiare "Voi ragazzi, che cosa fate?"
Lui: Uh?
Noi: "Io pensavo di andare al mare"
A quel punto, si scioglie in un sorriso, probabilmente dovuto alle particelle d'alcol che gravitavano nell'aria, e c'invita colle braccia a proseguire, Matteo piglia in mano l'astuccio, io il righello e si parte https://myspace.com/gasnervinorock (la canzone è OC Dream, è talmente famosa che non c'è manco su Youtube). Ci cantammo dentro, credendoci moltissimo.
Preside visibilmente sollevato dal fatto che il discorso l'avessimo fatto noi.
"Vi abbraccio forte ragazzi e vi auguro buone vacanze"
"Grazie, grazie"
"Quanti bocciati?"
"Tre"
"Quanti con debiti?"
"Tutti!!!"
"Allegria!"
Saputa la notizia, ieri mattina l'ho chiamato. Lui non ha il mio numero aziendale.
Provo a fare la voce istituzionale: "Pronto, cercavo il Signor D"
"Polooooooo"
"Eheh"
"Ahah"
"Oh, m'han detto che t'han blindato!"
"Anche a te, m'han detto"
E un'ora di conversazione-amarcord (che poi vi verrà scaricata, pro-quota, sul riscaldamento del prossimo inverno) su quegli anni formidabili.
La gente si devONO lavare. So che sull'argomento sono un ripetitivo rompicoglioni, però giuro che anch'io ho un volto umano su queste cose. Ho lavorato per anni nei cantieri e, per non farmi mancare nulla, facevo volontariato in un centro assistenza migranti, per la maggior parte senzatetto oppure appena usciti da CIE oppure richiedenti asilo politico e qui sono a contatto quotidiano con indianini e pakistani che sembrano saltati fuori da una gamella di friggione. Qui potremmo aprire un'altra parentesi sui motivi per cui il friggione, piatto la cui notorietà fatica a varcare Porta Saragozza, non sia più conosciuto dei tortellini in brodo (di cappone, eh, di cappone) o delle tagliatelle (però se volete far incazzare un bulgnais consiglio di dire "spaghetti") al ragù, ma non divaghiamo.
BraDicamenDe e brevemenDe: c'è un ingegnere italiano che mi siede vicino almeno una mezzoretta (mezzorona) al giorno che presumo non si lavi da una settimana. Al momento fanno 34 gradi col 60% di umidità e dobbiamo ringraziare il fortissimo vento, quindi potete immaginare la media delle temperature, anche perché qui la minima non esiste. Non si scende sotto i 30 neanche a spingere. Siccome in quella fottuta mezzora mi è di fronte spostato sulla destra, quindi in posizione di tiro, talvolta mi chiede delle cose. L'altro giorno ha alzato l'infernale ascella per prendere una penna dalla mia postazione. Mi sono morte almeno tre milioni di cellule olfattive. A margine potrei aggiungere che questo è qui col figlio, che avrà 30 anni ed è la rappresentazione umana della tristezza di esistere. Io vorrei dirgli che la vita potrebbe essere un attimo più serena se consigliasse a suo babbo di lavarsi, ma per ora desisto.
Non vi dico nemmeno che se la mena in una maniera allucinante e magari si crede pure un bel fighino, vi dico olo che ieri ha commesso un errore. Io e la Vale, che lo schifa quanto me ma è meno paracula, parlavamo di cocktail e di quanto ci mancasse un cocktail ben fatto.
Lui, oltre a dimostrazioni di intelligenza di livello elevato del tipo
Io: "Quando ci ritrovavamo con la vecchia compagnia le serate iniziavano con almeno due Negroni".
C'è proprio bisogno di scrivere la sua intelligente e originalissima (era già vecchia "quanno l'omo inventò er cavallo") battutina?
saltava dentro nel discorso (L'Odio) dicendo la sua, per farsi passare a tutti i costi per viveur. Continuamente respinto con perdite, anche ricorrendo a trucchi di bassa cucina come quella di usare un linguaggio da gggiovini.
Finché dipinge: "E comunque voi ragazzi" - L'Odio parte seconda - "non vi capisco" - (pensiero: "Amico, ce ne faremo una ragione, però prima fatti una doccia") - "i liquori vanno bevuti così, lisci, perché mischiarli facendogli perdere forza?"
Vale: "Uh"
Io: "Uh"
Lui: "Io al massimo una sambuca con la mosca"
Vale, serissima: "Una sola? Ce ne vorrebbero almeno mille!!!"
Non so se l'abbia capita, in ogni caso sono andato in bagno. E avrei voluto morirci.
Sintetizzo con un tweet, perché mai come questa volta 140 caratteri servono a non sprecare inutili parole
#25aprile:
da una parte il Bene, dall'altra il Male. In ambedue gli
schieramenti: opportunisti, galantuomini, servi, benintenzionati, fanatici.
Da parte di padre non ho grandi storie di guerra. Erano una famiglia di contrabbandieri (no, non fate quella faccia. Allora qui era una roba consueta) e non serve aggiungere altro.
Da parte di madre famiglia interamente socialcomunista, con anche parenti presi a coltellate durante il Ventennio perché in osteria, dopo qualche bicchiere di troppo, si lasciarono leggermente andare.
Mio bisnonno, meccanico ferroviere al Deposito Locomotive di Milano Greco, aveva sette figli e non poteva andare in montagna. Il DLMG era un focolaio di Resistenza. I mezzi erano funzionali ai trasporti tra Repubblica di Salò e Germania e andavano sabotati, a qualunque costo. Consegna tassativa: ogni dieci treni, sei venivano riparati regolarmente, tre con ritardo, uno sabotato. Lui poi, extra-lavoro, si occupava di organizzare viveri, armi ma soprattutto informazioni per chi in montagna combatteva. Finché qualcuno cantò. A quel punto era un uomo morto. I tedeschi non scherzavano un cazzo, battevano in ritirata ed erano ancor più pericolosi, anche perché metadone e morfina per loro erano cibo quotidiano. Irruppero in casa e lui s'infilò nella canna del camino. Erano sicuri che fosse lì dentro e ribaltarono la casa per cercarlo. Quando sembrarono aver capito dove si era nascosto, mia zia, ventenne, si offrì. Diciamo che tecnicamente si può dire che non fu violentata, ma quella mezzora le segnò la vita, come facilmente intuibile, soprattutto considerando la società del tempo. Non si sposò, con tutto quel comportava. Ora sono tutti morti. E' una storia che nella mia famiglia si è sempre, comprensibilmente, raccontata a mezza bocca, ma a ben pensarci da vergognarsi non c'è proprio niente. Finì la guerra. Il 25 aprile mio nonno andò in piazza per festeggiare. Non fece neanche in tempo a varcarla, vide qualche faccia e tornò a lavorare.
Suo fratello, anche lui ferroviere ma macchinista, sfruttava la sua professione per volantinare controinformazione, fogli di lotta and so on, dove per volantinare ovviamente intendo appoggiare i volantini senza farsi vedere, nella stazione di partenza e in quella di arrivo. Finché un bel giorno, tra Sesto e Monza, i tedeschi fanno fermare il treno, lo circondano a mitra spianati e iniziano a farli scendere uno ad uno per la perquisizione. Equipaggio compreso. Furono giorni intensi per la sua naturale regolarità. Perché sì, i volantini li mangiò.
Non è un mio parente di sangue, sposò la sorella di una mia bisnonna. Lui era un uomo di quelli che adesso sarebbe molto apprezzato, allora era trattato alla stregua di un idiota perché non solo non bussava sua moglie, ma le voleva un bene che mia nonna tuttora lo usa come metro di paragone. Lui aveva solo un piccolo difettuccio: diciamo che il matrimonio lo riteneva tale solo se consumato. Tutte le sere. Siccome i metodi contraccettivi dell'epoca funzionavano sì ma soprattutto no, mia zia al decimo pargolo decise di chiudere la fabbrica dei figli. Lui non se ne dava per inteso. Allora lei lo piazzava nella stanza dei bambini. A cui lui passava le serate raccontando storie di paura, paurissima. Al settimo urlo sincrono cacciato dai cinni, mia zia era costretto a riprenderselo in letto, per evitare di svegliare tutta la corte. Per chiudere la premessa: commerciava in bestiame e qualche soldino l'aveva messo da parte, mia zia si prese la polmonite, lui VENDETTE tutto, casa compresa, per farla curare (di polmonite allora si moriva uso ridere. Contrarla voleva dire condanna a morte nel 99% dei casi). La sua famiglia in toto gli diede del coglione, con parole che possiamo riassumere così: "Ormai quello che doveva fare, ossia i figli, ha fatto, lasciala morire". Andarono a Milano insieme (anche qui, robe dell'altro mondo per quell'epoca) da un "professorone". Stettero là un mese, per i primi tempi lui dormiva su una panchina di fronte all'ospedale (non aveva più un ghello), finché le suore del pensionato dell'ospedale non si decisero a farlo dormire con un tetto sulla testa. Mia zia si salvò e morì a 97 anni. Evvaffanculo.
Sta di fatto che un bel giorno i partigiani locali gli dicono che hanno bisogno di due Breda mod.30/37 (mitragliatrici leggere) da andare a prendere presso mio bisnonno. Lui se ne ricorda solo alla sera. Siccome allora la parola data era tutto, soprattutto in situazioni come quelle, fa un giro in osteria per prendere la carica e poi va al cinema del paesello, punta due pipe alle spalle di due giovanissimi GNR: "Bagaj, lassi gio' i Breda che ve suced nagott" (Ragazzi, lasciate giù i Breda, che non vi succede niente) e tutto felice se ne esce dal cinema con le mitragliatrici. Quando raccontava questa storia, la concludeva sempre con un "Ah-Ahhhhhhh, se cagaven ados!", che non ha bisogno di traduzioni.
Tre storie, senza pretese di essere altro. Tutti e tre raccontavano le raccontavano, queste e molte altre, senza compiacimenti ed eroismi e questo è il motivo per cui, pur non avendoli mai conosciuti, vado particolarmente orgoglioso di aver incrociato le mie radici con le loro. Con massimo e immutato disprezzo dei partigiani del 24 aprile verso sera che poi hanno sfrombolato i coglioni per i decenni a seguire. Meglio chi è morto per Salò.
E' arrivata una nuova ingegnera a sostituire l'ingegnera Sausage, che è ritornata a Muscat. Nella capitale faceva il turno inverso al mio e per cui la conoscevo di vista. S'è laureata ad ottobre ed è subito partita per il Sultanato. Sarà alta un metro e cinquantacinque. Ma riesce a sedersi in posizioni tali che se ti siede avanti finisce col centrarti sempre i piedi. Poi si scusa. Non alzando la mano, ma sventolandola come quando nello spot dell'Amaro Montenegro dice "Le nostre ricerche in mare erano durate mesi". Pesa quaranta chili (non scherzo, con le pollice-medio riesco a farle il giro dell'omero). Capelli alla maschio con principio di cresta. Pantaloni con cavallo alle ginocchia. Le manca un premolare o un molare. Talvolta si alza dalla sua postazione, sta dei minuti in piedi tipo periscopio, poi si siede e dice: "Mahhhhhhh". Quando non le torna qualcosa, stringe i pugni e bestemmia a bassa voce. Ogni tanto prende il notebook e lo tiene a mezz'aria. Risponde alle chiamate dicendo: "Ueilà". Mangia fette biscottate sopra la tastiera, sbriciolando ovunque, poi soffia facendo un rumore infernale. Soffia ovviamente in direzione del notebook di quello che le sta di fronte. Poi si accorge del danno, chiede scusa sempre con metodo Amaro Montenegro, va in quella postazione e soffia in direzione ostinata e contraria. Dopo cinque minuti di tornado, le briciole si "spantegano" per tutto il tavolo e così è possibile sentire un cra-cra ad ogni movimento delle braccia. Sbadiglia in continuazione: tante volte vien da chiedersi cosa faccia la notte, visto che le attività ricreative, fiorenti nel resto del Sultanato (ahahahahahahahahahahah), qui sono ancora più numerose. Ho la vaga sensazione che cerchi corrispondenza d'amorosi sensi con il suo stesso sesso. C'è simpatia.
Colloqui tra noi
Io e lei
"Come mai sei venuta qui? Non ti conveniva stare in Italia, almeno per i primi tempi?"
"Debbo comprarmi la moto, al più presto. Ho 25 anni, la patente da quando ne ho 16 ma mio padre non me l'ha mai voluta comprare. Neanche dopo il 100 alla matura! Bastardo!"
(pensiero: "Come fai a guidarla?") "Ah, e che moto?"
"Una naked, al 99% una Monster. Le giappe mi stanno sul cazzo"
"Ah!"
"Ti stai chiedendo come farò a guidarla? Eh, non lo so neanche io. Farò palestra"
Lei e io
"Lo sai che riesco a fumare una paglia in due tiri?"
(pensiero: "Nooo, non farlo. Avrai i polmoni di uno scoiattolo") "Wow"
Lo fa. Diventa color vergella. "Una volta riuscivo anche a fare i cerchi. Ora ho perso allenamento"
(pensiero: "Meno male")
Lei e io
"Ma le sorelle Bandiera - sarebbero le due ingegnere di cui ho già parlato, ndf - hanno una scopa in culo?"
Rido per sempre "Perché?"
"Ma non so, con una - quella che se la tira come una fionda, ndf - ci condivido anche la stanza e l'unica cosa che mi ha detto in una settimana è - Questo è il mio armadio"
Io e lei
"Questo caldo mi uccide"
"Eh, guarda, uccide me che sono sempre in ufficio, immagino te che giri per l'impianto"
"Ecco"
"Bisognerebbe fare come quello là, che non fa un cazzo da mattina a sera". Quello là sarebbe la stecca omanita che dobbiamo tenere in azienda. Il tutto detto indicandolo.
Lei e io
"A me piace la carne, ma qui più che agnello e pollo non si mangia"
"Ahah, e che vuoi mangiare?"
"Non so, un par de salsicce?"
"Lo sai che sono muslim"
"Eh, ma grazie al cazzo, non lo mangino loro. Da me che cazzo vogliono?"
Col sorriso della stanza delle torture della polizia politica: "Eheh"
"Sti beduini..."
Lei e io
Fa uno sbadiglio che le si vede anche l'appendice, poi emette anche il tipico suono successivo
"Scusami eh, ma tanto tu non sei un cagacazzi, vero?"
"Nono"
"Ma infatti lo vedo che mi stai simpatico"
Lei e io
Martedì scorso è stata una giornata di quelle che sconsiglierei ai cinni che cuciono palloni. Il mio turno è arrivato al lavoro alle 10 e ha mollato le ancore alle 2 di notte. 16 ore di fila con tempi morti infiniti per il download di alcuni dati che non quadravano. Tensione alle stelle, soprattutto per loro, che hanno delle percentuali sullo stipendio per queste cose. Mercoledì mattina, dopo una notte che vi potete immaginare, arriva in ufficio così
"Ho già i coglioni girati da ieri. Mi alzo, faccio la doccia, esco dalla stanza e chi ti incontro? Il merdone della lavanderia che mi dice che è dalle 9 che mi aspetta..."
Testuale: "Devi andare a prenderlo nel culo, idiota, non sai che cazzo di vita abbiamo fatto ieri?"
Al che si è seduta su una sedia, ha preso la sedia di fianco con le gambe, s'è praticamente sdraiata e ha iniziato a lavorare al notebook.
Venerdì sera ha fatto il suo ingresso in società.
"Mi han detto "International Business Casual Dress Code"...te che ci sei già stato...cazzo vogliono?"
"Bah, per gli uomini vuol dire un jeans, una camicia e magari una giacca estiva, per le donne non so. Ma niente di particolare, non preoccuparti"
"Nono, me ne sbatto proprio"
"Ecco brava"
"Al massimo mi metto la cintura"
E già qui "Terra inghiottimi, ho già avuto abbastanza dalla vita, compresa una che per aumentare la sua eleganza mette addirittura la cinta", ma non contento...
...carico molla: "E se ti dicono qualcosa?"
"Gli rispondo e allora la prossima volta al posto di IBCDC, mi scrivete beeeneee" - con tanto di gesto della mano che scrive su foglio immaginario - "cosa mi debbo mettere. Tanto poi non ce l'ho comunque..."
"Eheh"
"A parte che ti pare che posso diventare scema per mangiare il pollo alla diavola, che se restavo a casa compravo quello dei Quattro salti in padella?"
Alla sera è arrivata vestita con maglietta dei Misfits, jeans con cavallo al ginocchio e "Nike Basket Weaved" bianche e viola "Filippo, dì la verità: spacco di cristo?"
Con flebile voce: "Sììì, Vale, sììì"
Insomma, speriamo che me la mettano in turno al posto della Fionda. Chiederò ad Abdi di intercedere presso suo padre.