venerdì 31 ottobre 2014

Beato tu che sei all'estero, qui è tutto uno schifo o Del come s'inizia a bestemmiare



Ricapitolando

Faccio un lavoro non mio, in un Paese in guerra, in cui alle 18.30 fanno 32°C, c'è la sabbia che s'infila ovunque quindi non posso mettere le lenti ma sono costretto a mettere gli occhiali, ché a me senza ausili ottici - mavvaffanculo anche a me stesso, ausili ottici - mi ci vuole il cane e il bastone, mi stanno TUTTI sul cazzo - non c'è più neanche il quasi, TUTTI: stupidi come i sassi, permalosi come stamminchia e ce n'è anche uno, è notizia di queste ore, a cui ho prestato la BIC alle 15 e non me l'ha ancora ritornata, 'sto cesso ribaltato che sua madre piscia in piedi e suo padre è un uomo astemio - e probabilmente sono costretto qui fino al 17 dicembre. Quest'anno ho visto più i miei colleghi demmerda che mia moglie. L'unica cosa che mi consola è che da domani, se non direttamente da stanotte, tutti inizieranno a rompervi i coglioni o (e, per i più fortunati) le ovaie su cosa farete all'ultimo - "Ooooohhhhhhh, cazzo fai l'Ultimo?" con quel tono soave che contraddistingue questi luminari - mentre io me la scampo fino a metà dicembre.

Però un tempo sono stato felice anch'io, come quando il lunedì successivo ad un derby passato a devastarsi l'ugola, la prof chiese ad un mio compagno di leggere una novella. Inizia a leggere - "Marelli, non si sente!" - "Ehhh, prof" - Ricomincia a leggere - "Marelli, dobbiamo sentire tutti!" - "Ehhh, prof" - Ricomincia a leggere - "Marelli, mi prendi in giro? Alza quella voce".

Non potevo esimermi, mi girai, distesi il braccio, con la mano perpendicolare al piano delle ascisse e lo incitai "Alza la voce, coniglio alza la voce, aaaaalzaaaaa la voooceeeee, coooniiiglio aaaaalzaaaa la voooooceeeee".
Due settimane a spazzare il cortile, svuotare i cestini e verniciare le aule durante il pomeriggio. Sono stato più bidello io di tutti voi messi insieme. Però non potevo esimermi.

P.S.
Sono le 18.54 e il cretino continua a non ridarmi la BIC. Kuklinski, forever in my heart, ha ucciso per molto meno.

giovedì 2 ottobre 2014

Lo straccio



Negli ultimi giorni, tra una roba e l'altra, sono uscito pochissimo colla Trudi. Ieri notte, stranamente insonne, rimuginavo su ciò. Preso dall'insonnia e dai sensi di colpa - è per quello che cerco di morire prima di avere figli - mi sono alzato e sono andato a fare un giro con lei. La Trudina che, solitamente, sposta l'asse terrestre ad abbai quando si accorge che stiamo per uscire, si è limitata a guardarmi perplessa e soprattutto addormentata. All'inizio faceva fatica a camminare da quanto era rincoglionita, poi si è rassegnata a seguirmi. Qui non piove MAI, ma proprio MAI, MAI, MAI. Fino a ieri notte alle tre quando ormai eravamo a cinque km da casa. Siccome qui non piove MAI, ma proprio MAI, MAI, MAI quando lo fa le strade diventano ruscelli, torrenti, fiumi. Sabbia e acqua. Acqua e sabbia. Ad un certo punto, la sua perplessità si trasforma in uno sguardo fisso e attonito, uno sguardo che significava solo: SEI PROPRIO UN COGLIONE, PASSANO GLI ANNI MA RIMANI SEMPRE QUEL COGLIONE CHE HO CONOSCIUTO LA PRIMA VOLTA - quando la presentai alla mia ex e a tutta la sua famiglia allargata, vestito da Babbo Natale: "Potresti presentarti a Natale, vestito da Babbo, davanti a tutta la mia famiglia. Ahahahah, che ridere". Detto, fatto. "Va beh, ma io scherzavo"). E' arrivata a casa che sembrava uno straccio tra la sabbia che la ricopriva e l'acqua che la inzuppava. Sempre con lo sguardo fisso e attonito. Pensavo mi sbranasse. Alla mattina, solitamente, quando irrompo - torcia in mano - in cucina mi assale: stamane apre un occhio, vede che sono io e finge di continuare a dormire, curando ogni mio movimento: sia mai che replichi il numero di stanotte.

venerdì 26 settembre 2014

Un anno dopo

 
26 settembre 2013 - 26 settembre 2014

"Tu, che hai dato alla mia vita il suono del tuo nome
Tu, hai trasformato tutto il resto in uno sfondo
Tu, della mia esistenza sei l'essenza"

Io, che mai e poi mai avrei detto "mia moglie" e ora invece mi riempie il cuore, la testa, tutto.

mercoledì 17 settembre 2014

Che cos'è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità d'esecuzione



Il primo giorno che entrai nella divisione sultanatica della company ci dissero che il dress code non è stringente come in Italia - comunque niente di eccezionale: camicia e barba rasata - ma che si può venire a lavoro anche in T-Shirt. Ricordo l'ultima postilla "Senza esagerare, mi raccomando". Penso sia una procedura standard, compreso il "Senza esagerare, mi raccomando". Ieri Mattia si è presentato al lavoro con una maglietta con un Hitler dalla sognante espressione e la scritta "I have a dream". Alle 14 ha iniziato il turno, alle 14.30 girava con una T-Shirt bianca. "Mah, L. (il nostro ingegnere di linea, ndF) m'ha rotto la minchia. Non c'ha proprio un cazzo da fare, quello".

L. è proprio una di quelle L. là, tipo Primo, tipo Carlo, tipo Rita. Lui immagino che non ne sappia niente, anche perché per lui è già tanto essere consapevole della propria esistenza in vita.

Dopo il corso di tedesco e quello di boxe, dovrò iscrivermi a quello per non volergli bene perché è ogni giorno sempre più difficile.

mercoledì 3 settembre 2014

The Italian Job



Tutto cominciò una mattina di fine agosto. Era usanza che io facessi una settimana di vacanza con mio babbo che per contratto aveva cinque giorni di ferie in più di mammà. In quella settimana ci si preparava alla scuola, si finivano i compiti e si facevano 2-3 gite che iniziavano al mattino e si chiudevano in giornata. Quel giorno però dovevano arrivare a casa nostra i muratori a sistemare le tegole del tetto. E i muratori arrivarono. "C'è un problema, il ragazzo che doveva venire con noi, stanotte è stato male e quindi siamo solo in due, ci servirebbe qualcuno a darci una mano". Qualsiasi altro genitore si sarebbe offerto. Lui no. Offrì me. Nove anni. I muratori rimasero perplessi ma alla fine dissero che andava bene. Il mio lavoro consisteva nel pigliare la corda con nodo scorsoio che calavano dal tetto, infilare le tegole, chiudere il nodo e fargli segno di tirarle su, pigliare la caldarella piena di detriti che calavano dal tetto, svuotarla nel cassone del camion e fare segno di tirarla su. Quattro ore in cui mi divertii anche, debbo dire, se non fosse stato per quei continui "Attento eh, attento". E alla fine, oltre al divertimento, mio babbo mi diede anche settantamila lire, probabilmente per comprare il mio silenzio. Ma chi m'ammazzava? Infatti tutto orgoglioso lo dissi a mammà quando la vidi tornare dal lavoro. "Scusa, Fily, spiegami bene la storia" - "Eh, gliene mancava uno e allora hanno preso me!" - "Ma non poteva andare papà?" - "Lui ha detto che dovevo andarci io". Ricordo bene il passo dell'oca, che le è sempre venuto benissimo, con cui salì le scale. Lo affrontò piegando la testa leggermente verso sinistra "Tu sei completamente scemo" - pausa - "Anzi, la scema sono io, che dovevo capirlo da quel dì".

Il primo lavoro vero fu (riprendo un vecchio post)

"[...]Trenta dipendenti, fondata nella seconda metà degli anni Sessanta, in pieno boom economico, facevano tappi, maniglie, cappucci, protezioni, nastri, flange. Tutto in plastica, che iniziava proprio in quegli anni la sua clamorosa scalata al successo come materiale di straordinaria versatilità. 
Alpino, pugile in gioventù, capace, questo vuole la leggenda, di saltare sulla ribalta dei camion (1 metro) con due sacchi da 25 kg di boiacca nelle mani, era noto come "Ul cassù" ovverosia "Il mestolo" per la sua familiarità nel tirare chiavi inglesi del 30 nei confronti dei dipendenti che si fossero resi protagonisti di errori di lavorazione. Lei, che ci ha lasciato a gennaio dell'anno scorso, zitella, era tanto affettuosamente quanto carbonariamente chiamata dai suoi dipendenti schiavi come la "spaccacazzi dei sottotappi" per il suo realismo nel pigliare ordini. "120k sottotappi? Ne abbiamo a magazzino solo 50k!" - "Sìsì, non c'è problema, non ho fretta. Per quando riesce a completare l'ordine?" - "Domani va bene?". 
Col tempo si addolcirono entrambi (lei, ad esempio, negli ultimi anni aveva preso anche l'abitudine di salutare chi incontrava), ma negli anni Sessanta e Settanta il lavoro estivo degli adolescenti del paesello di mio babbo si divideva in due categorie: i promossi andavano a lavorare, i bocciati andavano a lavorare dal Cassù. I suoi metodi educativi si dimostravano più efficaci di quelli della Montessori nel raddrizzare giovinotti spiantati. C'era gente che dopo essere stata bocciata un anno in prima liceo, in quello successivo si laureava in Ingegneria Aerospaziale. Due anni di lavoro dal Cassù ed eri pronto ad entrare nella Legione Straniera. Come istruttore. C'era gente che tornava a casa e passava la serata a guardare il soffitto. "Cosa c'è?" chiedevano, piene di sensi di colpa, le loro madri "Sto pensando che domani lo debbo rivedere". 
Mio babbo, e il sottoscritto di conseguenza, invece era paraculato, perché nipote della moglie del Cassù, l'unica persona al mondo capace di tenerlo a freno, e quindi con lui il Cassù andava sì di chiave, ma mai superiore al 12. Perché era comunque uno che al vincolo familiare ci teneva.[...]
L'anno seguente il Cassù ebbe un calo di ordinativi che lo portarono a non assumere più per la sola estate, lo venni a sapere proprio a inizio giugno, dovevo pagarmi le prime vacanze a Jesolo (ebbeh, allora...), tutti erano già sistemati e finii a lavorare in nero, per una miseria, e su turni. Ricordo ancora con dolore il terribile turno 22-6 in cui sul tragitto per andare a lavoro passavo davanti al mio bar che proprio alle 21.30 iniziava a popolarsi, con le varie compagnie che lo usavano come luogo di ritrovo per poi trascorrere la serata in altri meravigliosi luoghi. Guardo le immagini dei bambini che lavorano nelle miniere e gli dico, pensando che possano sentirmi, "Eh, se sapeste quello che ho passato io, sorridereste alla macchina fotografica". Il proprietario pagava in nero perché era un amante del rischio: mai fatto lavoro più pericoloso. Realizzavamo reti metalliche con macchine che facevano paura solo a guardarle, le cui uniche protezioni erano le madonne che tiravano gli altri operai. Infatti nell'altro turno un mio omologo (studente che lavorava in estate) parcheggiò una mano dentro una trancia. Inevitabilmente, dato che arrivarono in azienda Polizia Stradale, Carabinieri, ACI, ANAS, AISCAT, AUTOSTRADE PER L'ITALIA e la partecipazione dell'AGIP, ci lasciò a casa tutti. Fortuna volle che comunque avevo già messo via soldi a sufficienza per le vacanze. Poi passammo gli ultimi giorni a rubare dallo spaccio del campeggio ma questa è un'altra storia... 
Al processo, il nostro uomo si difese dipigendosi come un benefattore che toglieva i giovani dalla strada, garantendogli un lavoro. Quando lo venni a sapere capii che questo mondo era popolato anche da gggente che non distingue tra il culo e la faccia. Cogli anni scoprirò che la maggior parte della gggente ha la faccia come il culo.

L'estate successiva Donna Elena decise che DOVEVO imparare l'inglese. E fu Ashley. E furono i nanetti a cui lei aveva iniziato a fare da babysitter. E fu che il nanetto maschio minacciava di modificare il ciclo delle stagione a lacrime ogni volta che mi allontanavo di sette centimetri dalla sua posizione. E fu che finimmo a dividerci i nanetti perché le bimbotte, già allora più sgamate, mi vedevano come Barbablù. E fu che i genitori decisero di farsi dieci giorni in California da soli. E fu che praticamente diventai il padre temporaneo del nanetto. Che poi è stato quello che mi ha insegnato l'inglese. Non ho mai avuto il coraggio di dirlo ai miei superiori, che così capirebbero perché lo parlo bene e lo scrivo come un bimbo di prima elementare. Al momento dell'addio, guance interne massacrate per evitare mariomerolate. Il nanetto quell'anno iniziò ad andare alle elementari. Il primo giorno tornò da scuola dicendo a sua mamma che: "Filippo era un maestro migliore". Se ci ripenso, ricomincio a masticarmi le guance interne. Poi com'è normale che sia i contatti si sono diradati ma quando un mese fa mi ha mandato un'e-mail dicendomi che stava iniziando a pianificare l'anno sabbatico tra high school e college che vorrebbe trascorrere in Italia, ho dovuto ricominciare a masticarmele. Non fu un vero e proprio lavoro ma debbo dire che oltre a mettere da parte qualche dollaro, prontamente sputtanato in canotte NBA che ci volevano due Filippo per indossarle, i racconti delle cose che successero in quei mesi, protagonista il nanetto, sono ancora uno dei pilastri con cui tendo a svoltare le serate-down in locali di dubbio gusto. I bimbotti sono bellissimi, in comode rate da dieci minuti alla settimana.

Arriviamo all'estate dei diciotto anni. Io quell'estate non è che ce l'abbia granché presente. Ho solo presente che al lavoro c'era Lei. Che lavorava con me. Che mi disse No e No e No. Ma allora non esisteva ancora il reato di stalking. Però esisteva il No. Secco e categorico. Per tutti ma non per me. Ché se lei mi chiedeva "Filippo, dove sono le bobine?" io avevo già in mente di prenotare tutte le chiese e tutti i ristoranti del lago la data del nostro del matrimonio. Sapevo tutto di lei: dove abitava, dove usciva, chi frequentava. E allora Facebook aveva quattro mesi e lo conosceva giusto Zuckerberg. Tutto il lavoro di ricerca era farina del mio sacco, c'avevo un dossier tipo Nanni in "Bianca". A distanza di dieci anni posso esprimere un commento sereno e pacato, oserei dire istituzionale: "Ti meriteresti le peggio cose, stronza demmerda. T'ho sacrificato un'estate per l'anima del cazzo!". Anzi, magari per l'anima del cazzo. L'ho rivista a dicembre (lei eh, non l'anima del cazzo). Anzi, mi ha rivisto a dicembre perché io mica l'ho riconosciuta, dato che se allora pareva una bambolina, ora la vedrei bene come matrioska maggiore. Le mie maledizioni possono essere lente ma sono inesorabili.

L'estate successiva lavorai in una cooperativa che durò un'estate. Ma non per colpa mia, che futuro poteva avere una cooperativa in cui si sbucciavano e lavavano verdura e frutta? Peraltro popolata da "lavoratori" anche simpatici ma storditi in una maniera tale che ti chiedevi se avevano trascorso la loro infanzia in una cassa del Number One. Un episodio per tutti: andavo a lavoro con quel Booster che ormai maltrattavo da cinque anni e la spia della broda non si accendeva più, per cui facevo benzina ogni tot km. In quei giorni, chissà dove avevo la testa, mi dimenticai di farla e rimasi a piedi sulla strada per andare a lavoro. Sulla stessa strada OGNI giorno incrociavo quello che lavorava nella postazione DI FRONTE alla mia. Sono lì che smadonno perché nell'avantindré dal benziano avrei perso la mezzora quando passa questo in auto. Ricapitoliamo, io sono lì, col motorino parcheggiato a bordo strada in curva, smadonno e arriva lui che mi lavora di fronte e sa benissimo che sto andando a lavoro. Cosa fa? Mi saluta e passa via. Arrivo a lavoro colla rabbia, ma anche il cimurro e pure la leishmaniosi, e questo mi fa: Filippo, ma cosa ci facevi lì? - O razza di pirla, avevo finito la benzina, non si capiva? - Nooooooo, sul serio, ma cazzo dovevi dirmelo: mi sarei fermato. Il TFR lo spesi in mazze chiodate.

Quell'inverno c'era in programma colla morosa di allora di fare un grande viaggio losalcazzodove (poi nell'incertezza su dove fare il viaggio, ci lasciammo) ed essendo sempre a corto di quattrini e non volendo chiederli ai miei, trovai il lavoro definitivo, quello casalingo. Avete presente le cinture colle borchie? I bracciali molto roooock, ecc. Ecco, io mettevo le borchie. A 5 centesimi a borchia. Ricordo il primo giorno di lavoro: da una parte un sacco con 5000 pezzi in pelle (similpelle, dai), dall'altro un sacco con svariate tipologie di borchie. Le recava in mano un simpatico capoarea che mi disse: domani alle 16 passiamo a ritirare. Domani che? Erano le 16, c'erano 24 ore di tempo, mi misi di buona lena e iniziai a mettere borchia su borchia: alcune (me le ricordo ancora: cono, killer, stud, piramide e QW) erano solo da avvitare, per quelle circolari invece c'era una macchinetta in comodato gratuito - il buon cuore, la grande anima, la generosità della casa madre. Alle 17 ero bello soddisfatto. Ma, dai, pensavo fosse più difficile. Alle 4 del mattino avevo ancora 1000 pezzi da fare e non avevo dormito un cazzo. Poi presi il giro (=mi cinesizzai), aiutato anche dal fatto che ogni tanto mi capitava di borchiare abbigliamento sadomaso che mi faceva molto ridere. Poi capii che forse era il caso di cercarmi un lavoro che non mi riducesse tipo il Chaplin di Tempi Moderni.

E iniziò la ricerca di un lavoro definitivo: dopo aver fatto il tornitore (benissimo, bravissimo - ma soprattutto bellissimo - però al termine del contratto puoi andare gentilmente, cortesemente, signorilmente a fare in culo?), l'accompagnatore di camionisti (nel senso che li accompagnavo nei viaggi lunghi), l'omino delle pizze (Brazzers e Naughty America purtroppo rimangono delle - meravigliose - opere di fantasia), il commesso/segretario/insomma quella roba lì in palestra e forse dimentico pure qualcosa, incontrai l'uomo che mi cambiò l'esistenza, lavorativa ma forse non solo, una sorta di secondo padre. Siccome poi la vita è una merda, cinque anni dopo mi e ci lasciò, al termine di tredici mesi di inusitata sofferenza. Per non farla troppo lunga che questo è un post da cazzeggio e poi mi viene il groppo in gola mentre scrivo, questo è quello che lessi al suo funerale.
Hai lottato come un uomo con la brutta compagnia
che non eri mica stanco
che nessuno mai è pronto quando c'è da andare via
hai pregato bestemmiando per la rabbia per tutta l'agonia
per le scelte che stava facendo Dio


Come sempre in questi casi ci sarebbero tante cose da dire, tante emozioni da rivivere, tanti anedotti da raccontare. Uno per tutti, il giorno in cui mi ha assunto. Dunque, cosa conosci o cosa sapresti fare a livello di idraulica? Niente, però ho una discreta motivazione. Derivante da? Non vedo l'ora di andare fuori di casa.
Risata: Beh, mi pare una buonissima motivazione.

Voglio però ricordarti com'eri, pensare che ancora vivi,
voglio pensare che ancora mi ascolti e che come allora sorridi e che come allora sorridi...


Un mestiere che ho amato in maniera viscerale, che solo chi mi ha conosciuto nel profondo sa quantificare la misura del piacere che provavo ogni mattina quando mi svegliavo, perché gli altri non si capacitavano e pensavano che la mia fosse quasi una posa, un mestiere che mi ha fatto apprezzare e vivere in prima persona quella frase definitiva di Primo Levi sulla felicità umana con cui penso di avervi già sfrombolato a sufficienza i maroni e le ovaie: Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l'amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono e un mestiere che, in ultima analisi, conto di continuare a fare una volta tornato in Italia, in una maniera o nell'altra. Ché lo so che di questi tempi è come bestemmiare in chiesa ma per me nessun contratto a tempo indeterminato vale determinate sensazioni che si chiamano orgoglio del lavoro ben fatto, piena autonomia nelle decisioni, armonia dell'ambiente lavorativo.

venerdì 18 luglio 2014

L'era tutto giusto, Gino, ma comunque tutto da rifare


Siamo nel 1940. Bartali, già vincitore di due Milano-Sanremo, due Giri d'Italia, un Tour de France e tre Giri di Lombardia, buca. Ripara la foratura, riparte e mentre si sta per ricongiungere col gruppo di testa, un cane gli taglia la strada e lo fa cadere, procurandogli fastidiosi dolori al femore. La Legnano, la squadra di Gino, decide di puntare su un giovane e sconosciuto gregario dal fisico improbabile, di nome Fausto, voluto proprio dallo stesso Bartali. Coppi è al primo Giro d'Italia, non ha ancora vent'anni, è praticamente un lattante in uno sport in cui anche allora si continuava a correre e a vincere ben oltre la trentina. L'altro è Bartali, un semidio, e forse sarebbe il caso di togliere semi, dell'Italia sportiva di allora, in cui il ciclismo faceva premio su qualsiasi altro sport, calcio compreso ed era, aldilà della frusta e ormai malcelata retorica di regime, uno dei pochi motivi di orgoglio italiano all'estero. Ebbene, il semidio potrebbe puntare i piedi (d'altra parte è Bartali), potrebbe ritirarsi (d'altra parte le ferite parlano da sole) e invece no, accetta di diventare gregario del gregario e lo porta a vincere il Giro d'Italia. E non è un modo di dire, ce lo porta proprio di peso. Prima viene sedotto da quel ragazzo col fisico da scartatore di golia ma una capacità cardiorespiratoria da Guinness dei Primati, capace di fargli pompare sangue e ossigeno anche quando gli altri hanno la spia della riserva accesa, che nell'undicesim tappa, da Firenze a Modena, parte con una fuga da lontano, mulina le gambe in centodieci chilometri di sofferenza in cui attacca l'Abetone come se fosse un cavalcavia, affronta il freddo, la pioggia e la grandine e arriva nella città emiliana con un distacco abissale, quasi quattro minuti, sul suo più immediato inseguitore, indossando la sua prima maglia rosa. Poi però quel ragazzo col naso ancor più discutibile del suo lo fa anche arrabbiare. E non poco. Siamo alla sedicesima tappa, Coppi sembra ormai destinato ad arrivare in rosa a Milano ma il suo enorme cuore è custodito da un fisico di cristallo, quello che lo porterà a morire precocemente, complice la malaria, poco più di vent'anni dopo. E il fisico presenta il conto. Da Trieste a Pieve di Cadore si affrontano rispettivamente le impegnative (eufemismo) salite del Falzerago, Pordoi e Sella. Sul Pordoi, Fausto va in crisi, le gambe diventano di legno, lamenta dolori gastrici (si parlò di congestione da uova, erano veramente altri tempi), addirittura mette giù il piede e palesa l'intenzione di abbandonare il Giro. Bartali è davanti a "tirarlo" sulla salita, come l'ultimo dei gregari, quando si accorge del tutto. Scende dalla bicicletta e con metodi non proprio montessoriani - dopo una scarica di insulti, prese la faccia di Coppi la infilò nella neve che incorniciava le strade del versante bellunese del Pordoi e per non farsi mancare niente gliene mise anche po' sotto la maglietta, sempre ricordandogli le umili origini di entrambi e i sacrifici fatti dai genitori per assecondare la loro passione - lo rimette in sella, urlandogli una delle frasi che rimangono leggendarie per gli appassionati "Coppi, sei solo un acquaiolo, ricordatelo!", che nel gergo del pedale corrisponde a quei ciclisti che sono deputati a portare l'acqua per i loro capitani, uomini di fatica che non avendo talento non conosceranno mai la gioia della vittoria. Anche se una versione più goliardica vuole che il buon Gino, amante del buon mangiare e del buon bere, volesse punzecchiare Fausto, uno dei primi atleti maniacali nel rispettare una dieta rigorosissima. Fatto sta che Coppi si rimette assieme in qualche modo, riesce ad affrontare anche il Sella e va a vincere il Giro d'Italia. Il giorno successivo l'Italia entra in guerra, Coppi è mandato in Africa a combattere come fante della Divisione Ravenna e viene catturato dagli inglesi che, riconoscendolo, lo trattano coi guanti bianchi e gli accordano addirittura il permesso di allenarsi durante il periodo di prigionia. Non ci fosse stata quella sfuriata sul Pordoi, chi lo sa cosa sarebbe successo...magari sarebbe stato lo stesso fatto prigioniero dagli inglesi, sarebbe stato un signor nessuno come i suoi commilitoni e probabilmente i suoi parenti non avrebbero avuto nemmeno un luogo dove piangerlo ma è inutile farsi tante domande: Ginettaccio era fatto così.

Siamo nel 1948. L'Italia è uscita malconcia dal Ventennio e dalla guerra. Le elezioni politiche del 18 aprile hanno decretato la vittoria più schiacciante di un partito politico nella Storia d'Italia: la Democrazia Cristiana piglia la quasi maggioranza assoluta dei voti e impone la sua centralità nella vita politica del Paese, centralità che verrà perpetuata per i successivi 44 anni. Il Partito Comunista, e soprattutto la sua base, è però in subbuglio, un subbuglio dovuta ad una serie di disillusioni. Quella seguita all'esito del voto (il precedente delle elezioni per la Costituente aveva fatto ben sperare), quella seguita alla percezione di una rivoluzione tradita (la sensazione di aver inutilmente combattuto e di aver inutilmente visto morire amici e parenti durante la Resistenza), quella seguita al sempre più probabile ingresso dell'Italia sotto l'ombrello della NATO (recidendo nel profondo i legami colla "Patria dei lavoratori" come allora veniva chiamata l'URSS). In questo scenario, il diavolo ci mette la coda sotto la forma di uno studente, Antonio Pallante, che spara cinque pallottole calibro 38 tra la schiena e la nuca del segretario del PCI, Togliatti. L'Italia è sotto-shock: incidenti, scontri e manifestazioni causano una serie di morti e migliaia di feriti, a Torino viene sequestrato l'Amministratore delegato della FIAT Vittorio Valletta, le linee telefoniche e ferroviarie collassano a causa degli scioperi. Il pericolo di un'insurrezione armata, colle armi mai consegnate dopo la fine della guerra e occultate nei nascondigli della struttura clandestina del PCI, è dietro l'angolo. Degasperi, segretario della DC e Presidente del Consiglio, telefona a Bartali che è in Francia alle prese con un Tour che dopo un inizio difficile sta sorridendo al toscano. Manca però ancora la maglia gialla, da dieci giorni sulle spalle del francese Bobet. Il giorno successivo è quello della tappa regina di quell'edizione: il percorso prevede, nell'ordine, Galibier, Croix de Fer, Portet, Coucheron e Granier. Gino vince la tappa, indossa la maglia gialla, la porta fino a Parigi e diviene l'unico corridore della storia ciclistica a vincere due Tour a distanza di dieci anni. Non si sa cosa si siano detti in quella telefonata, la leggenda vuole che Degasperi l'abbia quasi supplicato di vincere la tappa come "arma di distrazione di massa", Bartali ha sempre smentito, pur ammettendo la telefonata, fatta solo, a suo dire, per sincerarsi delle sue condizioni. Viene difficile pensare pensare che un Presidente del Consiglio di un Paese sull'orlo della guerra civile telefoni ad un ciclista per chiedergli come stava ma è inutile farsi tante domande: Ginettaccio era fatto così.

Siamo nel 1952. Galibier, la salita più evocativa della storia del ciclismo, quella che garantisce gloria imperitura a chi riesce a spianarla, a chi la percorre più velocemente per abbreviare la propria agonia. C'è una foto. C'è La Foto. Chiunque pensi al ciclismo, chiude gli occhi e se la ritrova nelle prime cinque immagini. C'è una bottiglia e ci sono due mani destre. Una è quella di Coppi, l'altra è quella di Bartali. Il primo davanti e l'altro dietro. Chi passa la bottiglia a chi? Nessuno dei due l'ha mai detto, anzi è più probabile che chi la passò abbia (quasi) intimato all'altro di non dirlo. La verità è fin troppo semplice: basta guardare chi ha il portabottiglie ancora pieno e chi l'ha completamente sguarnito. Dopo più di sessant'anni non si sa ancora chi l'abbia passata a chi e probabilmente non si saprà mai. Viene difficile pensare che un ciclista col portabottiglie completamente sguarnito passi la sua ultima bottiglia ad un avversario con almeno due bottiglie ancora disponibili ma è inutile farsi tante domande: Ginettaccio era fatto così.

Ma soprattutto siamo nel 1943. Siamo nell'inverno peggiore della storia recente italiana: freddo come sono stati solo quegli inverni, fame come ce n'è stata solo in quegli inverni, guerra, tanta guerra, quella peggiore: la guerra civile. Gino Bartali, professione: riparatore di biciclette (ebbene sì), aderisce alla DELASEM (Delegazione per l'Assistenza degli Emigranti Ebrei). Fingendo di allenarsi, trasporta nel telaio della bicicletta documenti falsi tra Toscana e Umbria, contribuendo a salvare la vita a centinaia di ebrei, oltre a quelli che ospitò direttamente a casa sua. Gli ultimi cinque mesi di guerra se li fa da ricercato, con pena prevista non l'affidamento in prova ai servizi sociali ma il muro. Questa era (quasi) riuscito a tenerla nascosta a tutti ma alla fine gliel'hanno scoperta. Per fortuna era già morto quando Ciampi gli conferì la medaglia d'oro al valor civile e quando, pochi mesi fa, lo Yad Vashem (il museo israeliano che ospita la memoria della Shoah) l'ha nominato "Giusto fra le Nazioni", un riconoscimento che va a chi è riuscito a salvare la vita anche di un solo ebreo durante le persecuzioni nazifasciste. Per fortuna, dicevamo, perché altrimenti sarebbe riuscito a smentire anche quello perché Ginettaccio era fatto così.

Sì, forse era fatto così. Della pasta migliore. Un bicchiere di vino e la richiesta al gregario che passava davanti alla porta della sua camera durante un giorno di riposo di andare a vedere se "Quei signori nella sala da fumo, che ho sentito essere italiani, hanno un pacchetto di Nazionali, ché queste Gauloises sanno di niente". L'era tutto giusto, Gino, e proprio per questo tutto da rifare.

martedì 8 luglio 2014

Trenta giorni



Siccome nella barzelletta vivente che è questo posto mancava solo il giapponese, è arrivato. Anzi, la giapponese. Sorprendentemente per le abitudini dei figli del Sol Levante parla un inglese abbastanza fluente. In compenso non capisce una parola di italiano. Anzi, lei credeva di capirne qualcuna, poi gli è stato spiegato col giusto tatto che "Vaffanculo" non è la risposta più urbana per porgere il proprio garbato diniego. No, Harumi, "non proprio" non si traduce con "vaffanculo". Fortunatamente, prima della grande scoperta, ha sfanculato solo tecnici e operatori, anche se per lei, che mi ha detto che in giapponese non esiste manco il "No" (sarà vero?), è stato un grande trauma. Stiamo riallocando dispositivi all'interno dell'impianto e lei ieri era la mia ingegnerA di linea. Io, lei e l'altro tecnico abbiamo amabilmente chiacchierato durante il turno. Lei è affascinata dal fascino che il Giappone esercita su noi occidentali, io le ho detto che sono l'unico occidentale a cui del Giappone non frega un cazzo, non ho mai letto un manga, non guardavo neppure Dragonball - volevo anche dirle che hanno tutti la faccia in due dimensioni, che hanno la pelle gialla perché pisciano controvento e che se l'Oriente finisse col Pakistan si starebbe tutti molto meglio ma poi mi sono trattenuto perché non volevo apparire troppo chiuso nei confronti delle culture inferiori - e che le uniche cose che apprezzo del Giappone sono i calciatori (non è vero), le idol (è vero) e raccontare dell'omicidio Furuta ai più impressionabili tra gli amici e i parenti. Fatto sta che con giubilo e gaudio, nonché ripetuti indici (suoi) puntati sulla testa (sua) ad indicare l'igiene mentale della testa (mia) andiamo in mensa, dove per la prima volta dopo due mesi sono comparsi quei legumi noti al mondo come ceci (risotto alla greca).
Li vedo e sono felice, di una felicità inesprimibile a parole. Sono talmente felice, che potrei anche morire da un momento all'altro. L'autoctono mi dà le solite tre scucchiaiate di riso, io vorrei oltrapassare il vetro e pigliarlo per il bavero ma mi limito "One more, please", lui capisce che glielo avrei ripetuto almeno altre due volte e me ne dà subito altre tre. Caracollando dalla gioia mi dirigo verso il tavolo con un passo tipo Giulio Cesare quando passava sotto l'Arco di Trionfo. Scucchiaio. Eh, insomma, il riso era occhei ma i ceci: DURI COME IL MURO, roba da lasciarci lì una mezza arcata dentaria. Evitando scene tipo Fantozzi alla cena di gala a casa della Contessa, guardo il mio dirimpettaio, che viene dalle mie lande, e gli dico: "me paren i balet de sciopp" - mi sembrano i pallini del fucile. In un posto normale questa non sarebbe dovuta neanche essere una battuta, ma in questo luogo di desolazione devo essergli sembrato Woody Allen e inizia a ridere di gustissimo, diventa paonazzo, manca poco che si strozzi. Rido con moderazione del suo contorcersi dalle risate, lei chiede una spiegazione, poi esige una spiegazione, poi intima una spiegazione. Alla fine glielo traduco e succede una roba che pensavo succedesse solo in "Mai dire Banzai" (a proposito della mia ampia cultura giapponese): ride come lui di una battuta non solo spiegata ma pure tradotta. Ride e ride, ad un certo punto m'irrita (ma chi ha insegnato a ridere ai jappi? Nitriva anziché ridere), vorrei replicare l'omicidio Furuta e alla fine mi dice: "You're so fucking funny guy".

Ora, un mese fa durante una conversazione mando un messaggio alla Zorza in cui come al solito debbo aver commesso un imperdonabile errore, dopo essermi molto scusato "Se Le porto la palla, mi fa giocare un po'?", lei inizia a ridere e quindi è costretta a tradurre il tutto alla sua amica-collega Poppy (Poppy...nomi che pensavo esistessero solo nei libri d'inglese delle medie) e questa gli dice "Your husband is so fucking funny guy". Due settimane fa in preda ad una crisi d'ansia per le pene d'amore di un'altra amica-collega - che praticamente si vede con uno, ci passa le serate, tutto bravissimo, tutto bellissimo, tutto benissimo, poi finisce la serata, rimangono in macchina, parlano di ogni argomento dello scibile umano ma lui sia mai che ci provi - mi chiede: "Secondo te, dal tuo punto di vista maschile, cos'è che lo frena? Che poi lo chiedo a te che in realtà sei più mezzafiga di tutte noi messe insieme ma vabbé" e io, sempre scusandomi, le dico "Gli direi: Picchiami, ma baciami". Lo riferisce alla sventurata che le risponde: "Georgia, you're so fucking funny girl" - la signora si appropria anche delle battute altrui ma il fucking funny ero io, vergogna. Tra le altre cose poi l'amica non ha fatto come le avevo (mirabilmente, ammettetelo) suggerito e infatti il nostro Porfirio Rubirosa 2.0 s'è fatto di nebbia.

Forse dovevo andare a fare il comico per stranieri. Se penso che Iacchetti e Boldi si sono campati la vita con due sketch merdi (i due di Boldi: "Faccia da pirla" e "Tatatatatachicardia" perché Iacchetti manco quelli aveva) e io sono qui in una buca colla prospettiva di morire a cinquant'anni di enfisema mi viene (anche) la depressione. E' iniziato pure Ramadan ma tra i pochi pregi di questa prigione c'è che si avverte meno rispetto all'anno scorso e poi ormai siamo all'ultima boa: 30 giorni alla felicità. Me lo dico da solo: daje, Fili'. E quest'anno per la prima volta dopo un lustro non si scarpina in vacanza. L'obiettivo è sdraiarsi giorno 8 agosto e rialzarsi giorno 23. Anzi, preferibilmente mettersi di lato e rotolare verso Fontanarossa per sprecare meno energie possibili. Ovviamente sempre con crema solare protezione 700 perché anche in vacanza non bisogna mai dimenticarsi che abbronzarsi è male quasi come le scarpe aperte. Il malvagio sole è sempre in agguato e non bisogna farsi trovare impreparati.